Persistenze di comunismo nel corso della storia umana

"La società borghese è la più sviluppata e complessa organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e che fanno comprendere la sua struttura permettono quindi, al tempo stesso, di penetrare nella struttura e nei rapporti di produzione di tutte le forme di società passate, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e di cui si trascinano in essa ancora residui parzialmente non superati, mentre ciò che in quelle era appena accennato si è sviluppato in tutto il suo significato" (Marx, Per la critica dell'economia politica, "Introduzione" del 1857).

Tracce lungo i millenni

Che cosa potrebbe legare in un insieme coerente una tribù di agricoltori-pastori del neolitico, la Città del Sole di Campanella, una setta giudaica del tempo di Tiberio, una comune di hippies californiani, una struttura urbana di 6.000 anni fa, una comunità buddista del IV secolo a.C., un cenobio benedettino del VI d.C., un'abbazia cistercense del XII, una grande fabbrica manifatturiera del XXI, e la società futura? È possibile, al di là di differenze enormi di storia, di cultura, di aree geografiche e di conoscenze attuali sugli esempi fatti, tracciare un quadro che li unisca con almeno un elemento comune e ci dia una spiegazione sulle transizioni sociali?

La risposta è che non solo è possibile, ma che gli elementi condivisi sono ben più d'uno. Mancano in tutti per esempio il denaro, la proprietà, la famiglia, la contabilità secondo segni di valore, lo sfruttamento del lavoro altrui, la divisione in classi, il carrierismo, il culto dell'Ego.

Leggiamo nella regola di San Benedetto: "Nessuno ardisca dare o ricevere, né avere alcunché di proprio, assolutamente nulla. Perché i monaci non sono ormai più padroni del loro corpo né della loro volontà. 'Tutto sia comune a tutti', com'è scritto. E nessuno dica o consideri qualche cosa come sua. E se si scoprirà che qualcuno è incline a questo tristissimo vizio, soggiaccia al castigo. Come è scritto: 'Si distribuiva a ciascuno secondo il proprio bisogno' ".

E nella Città del Sole di Tommaso Campanella: "Tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria. Onde nasce l' egoismo, che è per sublimare a ricchezze o a dignità il figlio, o lasciarlo erede. Ognuno diviene rapace pubblico se non ha timore, essendo potente, o avaro; insidioso e ipocrita se è impotente. Quando si perda l'egoismo, resta il commune solo".

O in un articolo del Washington Post del 1998: "Twin Oaks è una delle migliaia di comuni che germogliarono attraverso un'America inquieta negli anni sessanta, emblemi di speranza e orgoglio. La maggior parte scomparve inosservata. Ma Twin Oaks era diversa, riuscì a fiorire, crescendo da otto persone a quasi cento, diventando non solo autosufficiente ma riuscendo a coltivare con efficienza 450 acri di terra, a produrre manufatti e a formare quello che è certamente uno degli ultimi bastioni di comunismo puro nel mondo moderno. Da ognuno secondo la capacità, ad ognuno secondo bisogno. Nessuno è affamato o stenta a vivere. Tutti hanno un lavoro. I bambini sono gioiosi. Competizione, edonismo e spreco sono rari. La violenza è evitata; l'ambizione domata. Risultati notevoli sono stati raggiunti".

O nel Capitale: "Che cosa caratterizza la divisione manifatturiera del lavoro? Il fatto che l'operaio parziale non produce nessuna merce; che solo il prodotto comune degli operai parziali si trasforma in merce". Domanda che Marx formula dando anche la risposta, dopo aver annotato la differenza fra il produttore singolo di merci e l'operaio inserito in un ciclo complesso. In una società nella quale tutti fossero "operai parziali" di un organismo globale e nello stesso tempo uomini individualmente completi a beneficio del ciclo produttivo generale e comune, non vi sarebbe più nessuna merce, non vi sarebbe più denaro, valore, capitalismo. Non avrebbe più senso parlare di famiglia, proprietà, Stato.

Potremmo andare avanti con gli esempi per pagine e pagine. Ovviamente non si tratta di fare l'apologia delle sterili comunità monastiche, né delle utopie classiche strappate al loro tempo, né delle fughe esistenziali di piccoli gruppi umani moderni per quanto baciati eccezionalmente dal successo, né della fabbrica capitalistica che, anche se racchiude in sé una delle chiavi per liberare la società futura, è oggi una galera per l'operaio. C'interessa soltanto sottolineare che l'umanità – da quando la possiamo chiamare così per differenza rispetto alle altre specie animali – è vissuta in modo comunistico per un paio di milioni di anni e vivrà di sicuro in una società che si svilupperà a partire dal comunismo moderno per altri milioni: l'intervallo di pochi millenni in cui l'uomo ha compiuto il salto dallo stadio primitivo alla moderna industria, non è altro che il passaggio dalla sua sottomissione nei confronti della natura selvaggia al "regno della libertà", in cui raggiunge l'armonia con la natura attraverso la sua capacità di progettare il proprio futuro mettendo in atto un completo "rovesciamento della prassi".

Nelle società di classe fino al capitalismo questo rovesciamento è rimasto un fenomeno del tutto parziale, legato esclusivamente alla produzione, del tutto soffocato dall'appropriazione privata dei valori prodotti, per cui la sua importanza non è immediatamente visibile. Marx, studiando le leggi dell'evoluzione naturale, annotò che Darwin aveva svelato i meccanismi evolutivi del mondo organico e, nello stesso tempo, quelli altrettanto "naturali" e selvaggi che regolavano la società inglese, ovvero la società capitalista par excellence dell’epoca, il massimo del rovesciamento della prassi realizzato. Il lavoro, dunque, è già rovesciamento della prassi, ma nelle società di classe la natura umana è sottomessa alle leggi della giungla e non riesce ad esprimersi appieno. Allo stesso modo già nel capitalismo è presente la socializzazione della produzione necessaria alla società futura, solo che essa è sommersa da un mare mercantile in cui vige la legge del valore. Questa socializzazione, caratteristica irreversibile e anzi d'importanza crescente nella società moderna, fa sì che l'umanità marci spedita verso una realizzazione piena del suo progetto di vita anche se i singoli uomini non se ne accorgono. D'altra parte, in tutto il suo percorso, per millenni e millenni, l'uomo non ha mai dimenticato le sue origini comunistiche, quasi le avesse stampate nel suo codice genetico; nel corso della storia ha sempre sentito il bisogno di realizzare qualche variante comunistica, senza poterne mai fare a meno.

Come inizio d'articolo abbiamo fatto ricorso a una citazione dall'Introduzione del 1857 a Per la critica dell'Economia politica, uno dei passi in cui Marx formula più chiaramente il principio d'invarianza applicato al divenire dei fatti sociali. Pubblicata postuma, è stata giustamente riconosciuta da Kautsky, all'epoca della scoperta del manoscritto, come basilare, ma pochi oggi l'hanno veramente capita. Tanto per fare un paio di esempi, Maurice Dobb, nel presentare l'edizione degli Editori Riuniti (dove è posta significativamente in appendice come testo secondario e non in apertura come fondamentale) la cita a malapena senza alcun commento; Bruno Accarino, che scrive appositamente un libro per analizzarla, porta a spasso il lettore con elucubrazioni di tipo filosofico che, oltre a essere del tutto criptiche ed esoteriche, c'entrano col testo marxiano come i cavoli a merenda.

La Sinistra Comunista, e noi con essa, la considera invece un testo essenziale per la comprensione del metodo di Marx perché la struttura d'insieme del Capitale è determinata da considerazioni logico-dialettiche derivate, è vero dalla storia, ma non attraverso ogni singola categoria che nella storia si può trovare, bensì come parte del processo genetico delle categorie che troviamo nella forma superiore raggiunta (Il metodo del Capitale e la sua struttura).

Ripasso sul principio d'invarianza

Nel 1857 il principio d'invarianza non aveva ancora avuto sistemazione matematica, cosa che avvenne verso la fine del secolo. In seguito la nostra corrente riconobbe la relazione stretta fra l'analisi descrittiva di Marx e le formalizzazioni matematiche sull'invarianza, di qui il simbolismo che abbiamo scelto per il titolo alla nostra rivista e che si può brevemente tradurre in questo termini: se la società attuale è la numero n, la società comunista futura, sviluppata, sarà il successore di n, cioè n+1. In tutto, ad un dato momento storico, le forme sociali sono N (somma di tutte le società n passate). Perciò il comunismo rappresenterà un N che somma tutta la storia umana compreso il capitalismo.

La società più sviluppata, insomma, contiene i caratteri e la memoria di quelle meno sviluppate almeno in tre forme: 1) residui più o meno trasformati delle vecchie società (per esempio residui schiavistici e feudali nel capitalismo); 2) invarianti del tutto trasformati (per esempio il denaro che rimane tale da quando fu introdotto 2.500 anni fa a oggi, ma da metallo equivalente generale si trasforma in capitale impersonale, che è tutta un'altra cosa); 3) invarianti "simmetrici" o negati, per esempio il non-valore, il non-Stato, la non-democrazia o la non-divisione sociale del lavoro, realizzati sicuramente nella società futura ma descrivibili per ora solo come negazione delle categorie precedenti.

Detto in termini forse un po' più ostici ma aderenti ad una descrizione scientifica del divenire sociale, l'ultima società N non è altro che l'integrale di tutti gli invarianti differenziali precedenti (Bordiga). Essendo il marxismo una scienza sperimentale, nel senso pieno che Galileo diede a questo termine, oggi non possiamo forse descrivere pienamente la società futura, a meno di non lanciarci nell'utopia, cioè nella fanta-politica, ma abbiamo gli strumenti per vedere, toccare, analizzare gli invarianti trasformati (anticipati) del comunismo già nella società odierna. Abbiamo fatto l'esempio dell'agricoltura (sul n. 5), che è ormai uscita dal ciclo capitalistico in quanto azienda produttrice di plusvalore e ne fa parte soltanto come servizio all'alimentazione, pagato con plusvalore prodotto altrove; ma sono molti i settori che ormai funzionano completamente senza scambio immediato di valore.

Naturalmente a Marx non poteva sfuggire la complessità delle trasformazioni sociali e la difficoltà di farle rientrare in schemi formali, per cui, proprio nella Introduzione del 1857, precisa per il lettore: "Se dunque è vero che le categorie dell'economia borghese posseggono una verità per tutte le altre forme di società, ciò va tuttavia preso solo cum grano salis. Esse possono contenere queste forme in modo sviluppato, atrofizzato, contraffatto, ma sempre essenzialmente diverso".

L'importanza di capire le transizioni storiche

Quindi bisogna tener conto assolutamente delle trasformazioni oltre che degli invarianti: la rivolta dei contadini nel '500 in Germania fu una rivoluzione contro il sistema feudale, mentre oggi nella stessa area geostorica una rivolta di contadini non potrebbe che rappresentare il colpo di coda di una classe parassitaria senza storia che cerca di arraffare più plusvalore possibile al proletariato tramite le sue lobby, o mafie, al governo. Altro esempio: in Italia le guerre per l'unificazione contro gli Stati stranieri che se ne dividevano il territorio, o, in Africa, quelle contro i vari imperialismi coloniali, furono guerre rivoluzionarie nazionali, mentre le guerre anti-imperialistiche di oggi sono essenzialmente guerre partigiane utilizzate da un paese capitalistico contro l'altro (gli americani, che di questo s'intendono assai, le chiamano proxi wars, guerre per procura).

Qui ci occuperemo in particolare della transizione dal comunismo primitivo alle società già perfettamente urbane, ma il metodo che utilizzeremo vale per ogni periodo di transizione, antico o moderno o ancora da venire. Vedremo cioè sempre all'opera in una determinata società vecchie forme, spesso irriconoscibili, o forme anticipatrici, più difficili ancora da scoprire. Vedremo anche all'opera il tarlo dell'ideologia, che impedisce ai rappresentanti della forma di produzione dominante di comprendere appieno sia gli invarianti del passato, sia le forme in divenire. Queste ultime sono rese visibili solo a chi si sia già schierato a favore della distruzione dei rapporti esistenti, come illustra bene, con un esempio formidabile, l'inno implicito ed esplicito all'industria contenuto nell'Encyclopédie dei rivoluzionari borghesi, un'opera che anticipa la società manifatturiera, anche se scritta ancora all'interno della società feudale francese che aveva attinto la sua potenza nell'agricoltura servile e nell'artigianato.

Riprendendo il nostro assunto: le categorie mature espresse dai rapporti della moderna società borghese ci permettono la comprensione anche delle società antiche. Ma allo stesso tempo queste categorie sono oggi essenzialmente diverse da ciò che erano ieri. Per quanto possa sembrare paradossale, è appunto la proprietà d'invarianza che ci permette di analizzare a fondo una stessa categoria anche dopo che questa ha subìto molte trasformazioni. Prendiamo il lavoro: come invariante è energia umana erogata per uno scopo, ma dal punto di vista sociale può essere sia l'elemento del metabolismo sociale di una comunità che non conosce il valore, sia attività erogata esclusivamente per il padrone di schiavi, sia prestazione servile per il padrone feudale, sia tempo di lavoro del libero possessore di forza-lavoro, erogato per il modernissimo capitalista. Perciò riusciremo a capire che cos'è veramente il "lavoro" solo partendo dalle sue determinazioni attraverso molti modi di produzione. Non potremmo descrivere compiutamente il sistema del lavoro feudale rimanendo all'interno delle categorie di quell'epoca storica: il feudale Quesnay, che pure anticipò Marx con un modello dinamico di economia, considerava il lavoro industriale come improduttivo e noi sappiamo che sbagliava se ci poniamo nel superiore punto di vista capitalistico, e si avvicinava invece al giusto se ci poniamo nell'ancor più elevato punto di vista comunista: nella concezione organica del rapporto uomo-natura, infatti, la trasformazione industriale non è altro che la parte dovuta all'opera dell'uomo della generale trasformazione dell'energia del Sole sulla biosfera (cfr. Mai la merce sfamerà l'uomo, cap. I).

Questa è la via per procedere "scientificamente" verso una migliore conoscenza del mondo e Marx vi badava in modo particolare: la proprietà d'invarianza, infatti, costituisce la base della scienza, poiché permette di andare oltre il cambiamento superficiale. Sotto ciò che spesso sembra essere una creazione dal nulla si nasconde in realtà una profonda continuità rispetto a ciò che precede e a ciò che segue. Come ricorda lo stesso Marx, "ogni scienza sarebbe superflua, se la forma fenomenica e l'essenza delle cose coincidessero immediatamente." (Il Capitale, Libro III, cap. XLVIII.3).

Scambio senza intermediazione di valore

Nell'ultimo numero della rivista abbiamo pubblicato un articolo a proposito di un'antichissima forma sociale proto-urbana del Perù, Caral, e vi abbiamo criticato la mania borghese di vedere scambio mercantile, classi e Stato alla maniera borghese in ogni società antica che abbia raggiunto un certo grado di complessità. Caral, come dimostrano gli scavi e i reperti archeologici più delle dichiarazioni dei ricercatori, fu costruita da uomini che non avevano ancora abbandonato lo stadio comunistico, anche se scambiavano prodotti, conoscevano una elementare divisione sociale del lavoro e quindi una relativa centralizzazione dell'autorità. Potremmo commettere l'errore opposto rispetto a quello dei borghesi e dichiarare comunismo ciò che in realtà non lo è già più, com'è effettivamente successo da parte di alcuni a proposito della civiltà dell'Indo. Si può incorrere in questo errore opposto perché, nell'ambito di una società di transizione dal comunismo primitivo, queste categorie appaiono talmente diverse da quelle riscontrabili nell'ambito capitalistico, ma anche dalle prime società di classe, che sembra non esserci alcun elemento in comune. Occorre dunque scavare bene a fondo, e ad ogni domanda che pretende il manicheo sì-no rispondere come fa Marx nell'Introduzione citata: ça depend.

Incominciamo con lo scambio mercantile. Esso rappresenta un caso classico: categorie che in una forma sociale sono dominanti, nelle forme sociali precedenti sono del tutto marginali. La società borghese è fondata sul mercantilismo, come ricorda l'incipit del Capitale: "La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una 'immane raccolta di merci' e la merce singola si presenta come sua forma elementare". A Caral invece la merce non compare, checché ne dicano i borghesi, i quali nel pesce secco sono arrivati a vedere il currency, la valuta utilizzata dagli abitanti dell'antica città peruviana. Tuttavia la nostra affermazione non può essere esauriente in sé, dev'essere supportata da altre considerazioni: la merce non compare all'interno della società caraliana, in cui non si produce per lo scambio, ma lo scambio poteva esistere, sia di manufatti che di produzioni alimentari eccedenti, ed avveniva con altre comunità che a loro volta ne possedevano. Così in molti altri casi, come presso gli Incas, gli Aztechi, i Maya, tanto per rimanere nello stesso continente. Solo che lo scambio avveniva esclusivamente sulla base del reciproco valore d'uso, almeno in un primo momento, proprio perché nelle società arcaiche lo scambio era marginale.

In principio il rapporto quantitativo di scambio fra i prodotti di due diverse comunità era completamente casuale, visto che spesso venivano scambiati oggetti di cui una comunità poteva disporre in eccesso, a causa del basso tempo mediamente necessario alla loro produzione (per abbondanza di materie prime, particolari conoscenze tecniche ecc.), mentre l’altra, per condizioni opposte, necessitava di molto più tempo, e quindi era disposta ad "acquistarli" al di sopra del loro valore. Negli studi antropologici non è raro imbattersi in descrizioni di "sistemi commerciali" primitivi in cui una tribù scambia con un'altra oggetti di "valore" incomparabile grazie al fatto che l'acquirente ignora la loro natura e quindi quale sia il tempo necessario alla loro produzione. Ciotole di ceramica sono per esempio ritenute conchiglie rare da chi è allo stadio pre-ceramico, quindi scambiabili al di fuori di ogni equivalenza (cfr. L'economia dell'Età della Pietra, cap. 6).

Solo con lo stringersi dei rapporti fra due diverse comunità la ragione di scambio va a coincidere con il valore. "A poco a poco, il bisogno di oggetti d'uso altrui si consolida. La ripetizione costante dello scambio lo trasforma in un processo sociale regolare. Nel corso del tempo, almeno una parte dei prodotti del lavoro deve perciò essere deliberatamente prodotta a fini di scambio. Da questo momento, da un lato si consolida la scissione fra l'utilità delle cose per il fabbisogno immediato e la loro utilità ai fini dello scambio, il loro valore d'uso si separa dal loro valore di scambio; dall'altro, il rapporto quantitativo in cui esse si scambiano viene a dipendere dalla loro stessa produzione. L'abitudine le fissa come grandezze di valore" (Il Capitale, Libro I, cap. II). Un esempio classico della dialettica trasformazione della quantità in qualità.

Fondamentalmente i prodotti della comunità, quasi tutti provenienti dalla terra e dal lavoro applicato ad essa, non potevano avere "valore" all’interno della comunità stessa, perché la terra non era ancora caduta sotto la categoria della proprietà ma era patrimonio collettivo ("Gli uomini si riferiscono alla terra come proprietà della comunità", scrive Marx nei Grundrisse). Ad un certo punto dello sviluppo sociale, una comunità intera si presenta come "proprietaria" della terra e dei suoi prodotti, ma ciò può manifestarsi solo rispetto alle altre comunità. È infatti solo con la differenza fra le comunità e fra le loro produzioni che possono aver luogo i primi scambi e quindi il primo "mercato". Né lo scambio né le prime forme di denaro nascono "spontaneamente" all'interno delle comunità come fatto "naturale", come "elemento costitutivo originario. Anzi essi compaiono all'inizio più nei rapporti delle diverse comunità tra di loro che in quelli tra i membri di una medesima comunità." (Introduzione del 1857). Il processo è lunghissimo. Il denaro "sviluppato" come equivalente generale compare solo molto più tardi, quando le comunità si allargano e lo scambio avviene anche al loro interno, e quando esse entrano in contatto con comunità lontane, separate da una terra di nessuno dove non esiste ancora produzione e scambio e dove inizia il commercio vero e proprio con carovane ecc.

Invarianza e simmetria

Il commercio antico è stato quindi scambio per millenni, ma il suo significato sociale era infinitamente lontano da quello di oggi. Secondo Marx alcuni popoli si dedicarono specificamente allo scambio, e furono in genere quelli più urbanizzati, indipendenti e sviluppati di quelli circostanti, per cui riuscirono ad agire come intermediari fra i popoli produttori ancora immersi nella barbarie (Il Capitale, Libro III, cap. XX). Nonostante nuove scoperte abbiano reso molto più complesso il quadro sociale nelle diverse aree geostoriche, il tratto generale delle prime società che conobbero lo scambio e che con esso si svilupparono è rimasto invariato.

S'è visto che, se vogliamo rinunciare a ogni qualsivoglia utopismo, dobbiamo adottare una concezione continua del processo storico, in cui non vi sia creazione dal nulla ma trasformazione di categorie invarianti. Ciò ovviamente non ha nulla a che fare con la concezione gradualista, controrivoluzionaria, del passaggio storico da una società all'altra: la "periodizzazione", cioè la suddivisione in epoche, modi di produzione, domini di classe, è un fatto politico scandito dalla presa del potere da parte di una classe, perciò inscrivibile in uno schema a fasi, separate da profonde rotture storiche. All'opposto il generale divenire delle nuove forme non è altro che una metamorfosi, termine utilizzato da Marx, ben illustrata dal processo biologico continuo che produce l'effetto discontinuo del passaggio dallo stato larvale a quello sviluppato ("Lo sviluppo degli antagonismi di una forma storica di produzione è l'unica via storica possibile al suo dissolvimento e alla sua metamorfosi", Il Capitale, Libro I, cap. XIII.9).

Il culto del mercato, oggi dominante, non è sorto dal nulla: ha una sua base materiale. Il mercato mondiale sviluppato costituisce in effetti la continuazione diretta di quel rapporto di scambio che in origine era del tutto marginale, ma che si rivelò molto precocemente, in pratica già quando l'uomo smise di essere semplice raccoglitore di cibo dalla natura e incominciò a procurarselo con i primi strumenti, e, inevitabilmente, quando comparve, insieme con il linguaggio, la prima forma di organizzazione sociale.

Marx sottolinea che nell'analisi della storia umana da questo punto dello sviluppo in poi, occorre fare molta attenzione nell'adoperare i termini che indicano categorie invarianti ma trasformate e soprattutto nel collocarli in una determinata scala di valori. Ovviamente la borghesia mette al primo posto il denaro in quanto capitale, poi vengono il mercato, la produzione, il lavoro, la famiglia, ecc., e proietta quest'ordine in società completamente diverse, per analizzare le quali occorrerebbe addirittura invertire l'ordine stesso o eliminare qualche elemento in quanto negato, come abbiamo visto.

Se ciò vale per le società passate, vale a maggior ragione nel tentativo di capire le forme in successione e quindi la nuova forma futura. Occorre individuare un altro ordine e il metodo per far ciò è esattamente quello della concatenazione storica basata sul determinismo delle forme stesse: "La loro successione è esattamente il contrario di ciò che appare", ovvero: se nella società capitalistica è essenziale il denaro, nella società più lontana dal capitalismo esso sarà stato, e sarà, o accessorio o negato; se è superflua la famiglia essa sarà stata, e sarà, o fondamentale o negata; se le classi sono il fulcro su cui tutto fa leva, esse saranno state, o saranno, embrionali o inesistenti (cfr. Introduzione del 1857).

Tale relazione inversa, speculare, ci introduce a interessanti considerazioni sui fattori di conservazione-rivoluzione, così potenti sia per stabilizzare le società rivoluzionate, sia per farle saltare quando debbano essere nuovamente rivoluzionate. Evidentemente, se la società antica poté mantenere al proprio interno i rapporti comunistici, dovette essere in grado di difendere i propri interessi comuni e di proteggersi dai nemici esterni. Dovette perciò essere conservatrice rispetto ai rapporti originari, non permettendo che l'azione corrosiva dello scambio mercantile prima, e del denaro poi, la dissolvesse. Qui riconosciamo un altro invariante che trattiamo spesso a proposito dei processi rivoluzionari: la controrivoluzione lavora per la rivoluzione, ovvero la controrivoluzione esiste solo se esiste una rivoluzione effettiva da cui difendersi (legge di simmetria). Applicata al nostro caso, questa invarianza di simmetria ci dice, come vedremo subito, che è lo stesso comunismo primitivo morente a dar vita agli strumenti che saranno peculiari delle future società classiste, in particolare lo Stato. La centralizzazione organica sotto la guida di conoscenza e saggezza, un tempo necessariamente personificate nei più validi propugnatori e difensori della comunità (anziani, sciamani, guerrieri), diventa altro con il maturare della forma sociale, del modo di produzione.

Engels nell'Antidühring afferma che, con la nascita delle classi, "lo Stato, al quale raggruppamenti naturali di comunità dello stesso ceppo erano giunti in un primo tempo solo al fine di tutelare i loro interessi comuni (in Oriente, per esempio, l’irrigazione), e per proteggersi dall’esterno, da ora in poi assume, nella stessa misura, il fine di mantenere con la forza le condizioni di vita e di dominio della classe dominante contro la classe dominata". Quindi le più lontane origini dello Stato vanno ricercate nella natura delle istituzioni proprie del comunismo primitivo. Se si capisce che lo Stato attuale come strumento di dominio di una classe sulle altre nasce da un lontano strumento di auto-conservazione delle comunità comunistiche primitive proiettato in un nuovo modo di produzione, si dovrebbe anche capire meglio che lo Stato attuale, proiettato nella società nuova, diventerà uno degli strumenti per distruggere quella vecchia. E soprattutto si estinguerà a favore della comparsa di un nuovo organismo che riassuma in sé le esigenze della specie nel suo complesso.

L'arco millenario che tutto comprende

Le categorie della società borghese, e soprattutto la loro negazione teoretica, sono dunque utili anche per l'analisi delle forme antiche di transizione, tra le quali primeggiano per importanza le prime forme urbane ancora comunistiche. Queste, a loro volta, sono utili per capire le categorie invarianti che ci conducono alla conoscenza non utopistica della società futura. Più importante di tutto, il collegamento continuo fra passato, presente e futuro ci permette di individuare gli elementi tipici della transizione, ciò che rappresenta l'obiettivo primario del nostro lavoro oggi. Altrimenti è impossibile persino immaginare un'attività rivoluzionaria che abbia risvolti pratici.

In ogni società matura troviamo nascoste le condizioni materiali per il sorgere di quella che sarà destinata a sostituirla, nuovi rapporti che corrispondono già alle esigenze della società nuova. È all'interno della società borghese stessa che si generano quei rapporti materiali che si riveleranno così utili alla classe rivoluzionaria per sconvolgere i rapporti esistenti. Se così non fosse, aggiunge Marx, ogni pratico tentativo sarebbe come dare l'assalto ai mulini a vento (cfr. Grundrisse, capitolo sul denaro). In effetti, nella società capitalistica ormai giunta al suo culmine, il modo di produzione più avanzato non è rappresentato dai paesi più moderni ma dal comunismo che in essi già si esprime, sebbene non sia dominante, esattamente come ci suggerisce la dinamica della serie numerica, dove ad ogni n segue necessariamente un n+1. E in tal senso che va interpretata l'affermazione "il comunismo è necessario", non in senso filosofico, utopistico o, peggio che mai, moralistico.

A questo punto possiamo dire non solo di conoscere le categorie dell'economia borghese, ma anche quelle dell'economia comunista, e quindi utilizzare queste ultime per la conoscenza dell'intero ciclo plurimillenario che va dalle forme sociali primigenie a quelle del comunismo sviluppato attraverso le prime società urbane ancora comunistiche, le sopravvivenze di comunismo in ogni tipo di società e le anticipazioni espresse dalla società attuale. Scopriremo così che il divenire sociale non è altro che una serie di rotture sociali e politiche in una transizione continua della produzione e riproduzione materiale.

Non vedremo più il processo storico materiale come una successione discreta di forme assolute ed astratte, ma come una successione continua di forme relative e concrete. Il linguaggio stesso si incarica di confermare il senso delle nostre proposizioni: "assoluto" deriva da "absolvere", cioè "sciogliere" da ogni legame con il contesto, con ciò che precede e con ciò che segue, mentre "astratto" deriva da "abstrahere", cioè "tirar fuori", e dunque "staccare" dal contesto; in opposizione abbiamo "concreto", dal verbo latino "concrescere", vale a dire "crescere insieme" al contesto, "in funzione di". Il processo storico materiale è dunque un continuum invariante (nel senso matematico del termine) in cui ogni forma può essere letta "in funzione di". Nel caso della concezione discreta della storia si finirà per cadere in un'interpretazione metafisica della realtà; nel caso della concezione continua abbiamo la possibilità di innescare una dialettica della conoscenza.

Con ciò non vogliamo assolutamente svilire la potenza conoscitiva dell'astrazione, il cui utilizzo fa parte del metodo marxista, come più volte sottolineato dalla nostra corrente. Nel Capitale è rappresentato un modello astratto del capitalismo, un modello però della realtà effettiva, non di un'idea di realtà. Nell'astratto modello marxiano è contenuta la dinamica reale di una società in divenire, con le sue fabbriche e la sua rete di comunicazioni, con gli operai e i capitalisti, in un complesso di interazioni che muove necessariamente verso il non-capitalismo, il non-valore, ecc. ecc. Il capitalismo non è né fotografato né interpretato, ma presentato in movimento, dalla sua genesi antica al suo dissolvimento nella futura società comunista. Per Marx, e per noi con lui, astrarre non significa "staccare dal contesto" e quindi assolutizzare come fanno i borghesi (il che in fondo vuol dire eternizzare), bensì spogliare dall'accidentale, dal non necessario. Per l'idealista niente è meno necessario del divenire; per il marxista è il vero nocciolo del problema per ogni forma sociale.

Abbiamo visto prima come le forme proto-urbane possano essere lette da parte dei borghesi attraverso il filtro ideologico della moderna società capitalistica, cioè trasponendo in società comunistiche come Caral le categorie dominanti della società borghese, applicandole in dettaglio a fenomeni che allora erano del tutto marginali, come lo scambio, la gerarchia interna, la divisione del lavoro, ecc. Qui si vede l'incapacità di astrazione – diciamo così – realistica: l'errore non consiste tanto nel confrontare categorie sociali di epoche diverse, cosa che ovviamente facciamo anche noi, quando per esempio analizziamo fenomeni marginali entro la società comunistica primitiva come anticipazioni della successiva forma economico-sociale; l'errore madornale si commette quando si mettono in relazione semplici analogie "fotografando" aspetti separati, come se fossero immobili nella storia, mentre la realtà sociale è dinamica e va analizzata come un tutto fluente.

Si tratta ora di fare un'altra operazione, di provare cioè a vedere quale posto occupavano le categorie della nostra società futura, quella comunistica sviluppata, nelle prime forme urbane. Potrebbe sembrare ardito, forse superfluo, e suscitare l'obiezione: "Ma come? Si è detto che lo scambio mercantile rappresenta un invariante valido anche per le società in cui predominava il comunismo primitivo, e ora si vuole dimostrare che anche il non-scambio mercantile, tipico del comunismo superiore, è un invariante riscontrabile nelle società arcaiche?". Esattamente. In ogni forma sociale si sovrappongono modi di produzione i cui rapporti possono essere rappresentati da categorie anche opposte. Abbiamo già condotto questo lavoro di interpretazione sulla natura delle società, con ampie escursioni di millenni, quando per esempio ci siamo occupati dell'urbanesimo e dell'architettura, nei numeri 8 e 9 della rivista. Abbiamo derivato le forme future da quelle primitive e, viceversa, abbiamo capito meglio quelle passate essendo giunti al limite delle possibilità della società presente, che è costretta ad anticipare forme o a riproporne di passate. In questi articoli le prime forme urbane sono state lette non già indipendentemente, senza relazioni con la città di oggi e, soprattutto, la città di domani, bensì come parte che non può essere scissa dal tutto della continuità storica. Il termine comunismo, che la grande controrivoluzione ormai ottuagenaria ha ridotto a poco più di ingiurioso insulto, riacquista in questo modo il respiro che gli è dovuto: infatti le categorie invarianti che domineranno nella vita sociale di domani sono le stesse che dominarono ai primordi dell'umanità, sebbene sotto metamorfosi e agenti su scala universale e non limitata a quella della tribù.

Una dimostrazione di quanto andiamo dicendo è la recente mostra sul ritrovamento, scavo e restauro dei magnifici affreschi pompeiani di Moregine. S'è letto di tutto: che si trattava di un "Hotel cinque stelle" (la definizione più gettonata), di un "residence", di un "club per ricchi". Probabilmente insoddisfatto di una denominazione semplice per un'architettura dalla pianta così complessa, un fantasioso giornalista ha addirittura paragonato il cosiddetto albergo a un antenato dei modernissimi Club Mediterranée. Non escludiamo a priori che questa, senza volerlo, sia la definizione meno stupida fra quelle banali prima elencate. È certamente possibile descrivere un'antica costruzione raffrontandola a un qualcosa di esistente oggi, come si fa con il denaro, il lavoro, ecc., ma precipiterebbe nel ridicolo chi paragonasse un antico cubiculum hospitale, cioè la parte della casa destinata alla sacra ospitalità degli antichi, a un hotel solo perché hanno la medesima radice etimologica o perché sono in qualche modo "alberghi" (voce gotica del Medioevo che significa "accampamento militare"). Sarebbe infatti la stessa cosa che paragonare un luogo di culto antico con una chiesa moderna solo perché entrambi sono "templi".

Tuttavia non è detto che siano vietati arditi collegamenti fra costruzioni che magari presentano un invariante a prima vista insospettabile. Le strutture dei villaggi organizzati dal Club Mediterranée sono da una parte dei volgari contenitori per la vacuità vacanziera del capitalismo decadente, ma dall'altra riproducono, sempre sotto metamorfosi, la tipologia di alcune strutture antiche per la vita comunitaria: in quest'ultime, per esempio, gli spazi comuni per i pasti, i riti, lo studio e i giochi erano soverchianti rispetto a quelli privati e non sarebbero state adatte per contenere la famiglia nucleare moderna. Non solo, ma lo stesso vale per certi villaggi rustico-fasulli in multiproprietà, con servizi centralizzati ecc.: è vero che sono il simbolo dell'azione intrusiva della rendita capitalistica in ogni spiraglio della società attuale, ma potrebbero essere anche rapportati a una metamorfosi della struttura comunistica di un'abbazia antica, dove i frati andavano e venivano, ma la struttura organizzativa centralizzata e il modo di vita collettivo restavano saldamente in mano al corpo sociale e legati alla Regola.

La vita comunitaria nelle società senza Stato

Il principale tratto comune fra le forme urbane più primitive e la città di domani è la struttura funzionale alla vita comunitaria. Contrariamente a quanto ci propone l'anacronistico individualismo che domina nella moderna società borghese – società che pure ha raggiunto il più alto livello di socializzazione per quanto riguarda il processo produttivo – la vita di domani sarà completamente organica. Come nelle non-mercantiliste società primitive la categoria invariante dello scambio mercantile aveva un ruolo, sebbene estremamente marginale, così già oggi, se non vogliamo ricadere in utopismo d'altri tempi, non possono non esistere gli elementi della vita sociale di domani. È su questo aspetto che impostiamo anche il discorso sugli strumenti – che devono essere adeguati – per quella che troppo sbrigativamente viene definita "presa del potere".

Già nella presente società borghese vediamo flussi, operazioni, anche scambi, a carattere non-mercantile, come ad esempio nel processo produttivo all'interno della fabbrica. Per questa ragione, fin dal tempo di Marx (e di Lenin, e della Sinistra comunista), gli apologeti della società futura ricavata da una società capitalistica migliorabile, o anche riedificabile tramite la buona volontà degli uomini, hanno attribuito alla nostra corrente storica la teoria della società di domani come società-fabbrica. Si tratta dello stesso tipo di fonti che, dopo occhiuta lettura dell'articolo sulla casa, sarebbero capaci come minimo di attribuirci una teoria della società-albergo, della società-mensa o, come disse la pur grande Rosa Luxemburg a Lenin, della società-caserma. Se l'aquila Luxemburg a volte si permetteva di svolazzare all'altezza delle galline, i critici del comunismo non utopistico o non riformista d'oggi non sono neppure al livello del domestico pseudo-volatile. Hanno una patologica difficoltà a digerire il concetto di invarianza, vale a dire il fondamento della dialettica che pure dovrebbe far parte del patrimonio dell'umanità (Hegel: "il vero sta nell'intero") e confondono continuamente categorie invarianti e trasformazioni, separandole, finendo perciò miseramente nel non capire la differenza fra la basilica di San Pietro e il Grande Tempio di Karnak, fra George Bush e Cheope, fra Monte Palomar e Stonehenge.

Lo scambio non-mercantile si presenterà, nella società futura, non come oggi all'interno della fabbrica, dove esiste sempre il dispotismo della produzione aziendale sotto controllo borghese e dove ogni ciclo produttivo è un'isola in un mare mercantile, ma come un'estensione di ciò che oggi è solo embrionale: in tutta la società non vi sarà scambio su basi di valore ma flusso di oggetti e attività, contati secondo quantità e usufruiti secondo qualità. Esattamente come successe nelle prime comunità urbane ancora comunistiche le quali ci hanno lasciato testimonianza archeologica e spesso anche documentaria (su papiri, tavolette, ecc.) dei movimenti di prodotti e persone senza mercato su base di valore.

Per i diffamatori del comunismo (ce ne sono anche tra quelli che si definiscono comunisti) la società di domani, così com'è descritta fin da Marx, è vista come la società del livellamento, mentre sarà esattamente l'opposto: una società delle differenze positive, come succedeva nelle prime società comunistiche. Essi proiettano la società-fabbrica nel futuro estendendo ciò che di superficiale riescono a vedere nella fabbrica attuale e così non afferrano il profondo significato della rottura totale, rivoluzionaria e irreversibile introdotta dall'industria nei processi produttivi. Allo stesso modo, per gli archeologi e gli storici, le società antiche, restituite alla luce dagli scavi, non possono essere che società-tempio, società-palazzo o, più avanti, società-Stato. La fabbrica, l'albergo, la mensa, il tempio e il palazzo rappresentano certamente degli invarianti, ma le trasformazioni che subiscono nel corso del tempo permettono di rivelare ben altro che superficiali analogie.

Un luogo può essere dedicato a pratiche religiose, e questo è un tratto comune a molte società; ma c'è una bella differenza, per esempio, fra le case di abitazione neolitiche di 7.000 anni fa, trovate a Catal Hüyük in Turchia, e gli immensi complessi egizi del II millennio a.C. Nel primo caso abbiamo un agglomerato urbano che rispecchia il pieno comunismo primitivo dove in tutte le costruzioni si praticavano funzioni religiose, si dipingevano pareti con scene rituali, si ergevano altari, si seppellivano i morti sotto il pavimento; nel secondo caso abbiamo immani complessi architettonici dove succedevano più o meno le stesse cose, ma nell'ambito di pratiche sociali più estese, con liturgie più consolidate dovute all'inizio della divisione in classi, in una società già plasmata dalla produzione di massa, centralizzata e sottoposta ad un piano unitario abbastanza sviluppato, con tanto di ammasso pubblico delle scorte a fini redistributivi.

Soffermiamoci su di una realtà storica particolarmente adatta alla nostra osservazione in quanto tipica delle fasi di transizione rivoluzionarie, una struttura sociale che gli archeologi riferiscono alla cosiddetta "città-palazzo", cioè la società cretese all'epoca delle comunità minoiche a partire dal III millennio a.C. (ma si potrebbero citare altri luoghi, come il Medio Oriente). I complessi "palaziali" minoici hanno caratteristiche peculiari rispetto alle costruzioni che, in una società classista, servono alle classi dominanti con il loro seguito per vivere e per "regnare". Essi sono molto diversi dalle più tarde costruzioni micenee del continente, con le loro mura ciclopiche (quelle, per intenderci, della società descritta da Omero), esempio di un'architettura espressa da una società già divisa in classi che esprime una forma di potere centrale, sia pur primitiva, tanto da prefigurare la città-Stato che sarà tipica della Grecia classica.

I "palazzi" minoici non hanno mura, sono aperti, presentano addirittura propaggini, scale, viali, portici che si addentrano nell'ambiente circostante divenendone parte integrante, e sono collegati a centri minori, a volte abitazioni per singole famiglie, come se il territorio fosse un tutt'uno con la "casa" a tutti i livelli. Si tratta di costruzioni assai complesse, sorte con un evidente progetto unitario anche se lungo i millenni si sono succedute varie ricostruzioni. L'uso di alcuni ambienti (magazzini, bagni, laboratori) è di facile lettura; per altri la lettura è più problematica, come per i luoghi che si suppone fossero dedicati al culto, al gioco, al teatro, alle assemblee e alle manifestazioni del potere di un centro che pur doveva esserci. L'insieme rivela una vita sociale assai evoluta e complessa, più vicina al comunismo primitivo di quella descritta dai più tardi scritti omerici (nell'Iliade e nell'Odissea sono tuttavia rintracciabili abbondanti lasciti del mondo precedente l'epoca del racconto).

Dunque i complessi minoici non sono espressione di un potere statale o di una teocrazia pretesca, ma di una società in cui vita, produzione, scienza e religione sono condivise da tutti; e ciò, evidentemente, ha forti riflessi sulla loro architettura. Anche in questo caso gli archeologi non sono riusciti a considerare le categorie tradizionali come invarianti che subiscono trasformazioni, e hanno tranquillamente seminato nomi di fantasia tra gli ambienti, tramandandoli agli allievi e fissandoli nei decenni. Ambienti in cui si è creduto di trovare oggetti di culto vengono senz'altro battezzati "tempio"; una grande stanza con una piccola seggiola di pietra ricavata nel muro diventa "sala del trono"; un grande ambiente è ovviamente la "stanza del re" e uno più piccolo è "stanza della regina"; un oggetto prezioso, magari nascosto durante un saccheggio, produce la denominazione di "stanza del tesoro"; un piccolo sgabuzzino decentrato sarà "dogana"; un grande luogo gradinato sarà senz'altro "teatro"; una strada lastricata che porta al complesso "via sacra"; una statuetta fittile "dea" o "regina" a seconda dell'umore dell'archeologo scopritore; un magazzino di tavolette di creta cotte da un incendio "centro contabile" (e perché non "Data-base" per l'intero scaffale?).

Sono poche le informazioni certe e affidabili con un metodo d'indagine che ci mette a disposizione scenari taroccati dall'ideologia. In generale, però, possiamo ugualmente estrarre informazioni parziali sufficienti per capire la dinamica sociale; possiamo per esempio, con sicurezza, parlare di assenza di un vero potere statale, se lo intendiamo nell’accezione classica del termine, quella di Engels nella sua opera sull'origine della famiglia e della proprietà e quindi dello Stato. Nella società minoica, come in tante altre società di transizione, non c'è Stato, la cura degli interessi comuni e la difesa dall’esterno non si sono ancora separate dalla collettività, non si sono ancora poste di fronte ad essa come dominio. Di conseguenza anche la concezione del divino non si è ancora separata dalla vita quotidiana, non si è fatta "religione di Stato".

Lo scoglio della "religione"

Alcuni sostengono che l'alternativa alla città-palazzo sarebbe la città-santuario, ma anche questa è una semplificazione, una "borghesizzazione" della società antica: come se stessimo parlando di Lourdes. La religione, come lo Stato, è certo anch'essa una categoria invariante per millenni, ma va affrontata come tutto il resto. La troviamo già nell’uomo preistorico, o almeno chiamiamo così alcune manifestazioni della sua vita, ma essa ci si rivela in forme essenzialmente diverse rispetto a ciò che la religione è nelle società patriarcali, presso le quali si possono trovare vere e proprie teocrazie che governano in nome di un unico dio-padre, nel quale riconosciamo senz'altro la proiezione celeste della classe dominante.

La "religione" che caratterizza l’ampio arco storico del comunismo primitivo è una fantasia dei paleoantropologi e degli archeologi borghesi. Ma alcuni tra loro ne hanno già rifiutato il conformismo. Dice per esempio Leroi-Gourhan a proposito della religione nella preistoria: "È abusivo cercare di applicare agli uomini dei primordi le conclusioni plurisecolari del pensiero intellettualistico di una minoranza erudita, e andare in cerca di offerte, sacrifici e culti… Dati sufficientemente accertati bastano [appena] per stabilire che già prima dell'Homo sapiens sono esistite pratiche… chiamiamole pure religiose, che stanno a testimoniare un comportamento che trascende la vita vegetativa". Per le ultime fasi della preistoria l'autore ammette che vi sono più dati, ma critica aspramente chi, nel tentativo di cercare ad ogni costo delle spiegazioni per fenomeni sconosciuti, ha finito per costruire un'immagine stereotipata dell'uomo paleolitico, trasformando semplici congetture in verità indiscutibili, tramandate da autore in autore e mai verificate o criticate. Noi trasportiamo con tutta sicurezza questa dura presa di posizione non solo alla preistoria ma a tutto l'arco storico non borghese.

Ricordiamo che oggi, senza un robusto apparato di conoscenze sulla simbologia greco-romana, esoterica, sociale, nessuno è in grado di "leggere" neppure il significato di un dipinto di Mantegna o Piero della Francesca, nonostante sia un prodotto rinascimentale, cioè dell'arte di appena qualche secolo fa, indagatissima e comunque frutto di civiltà che ormai da millenni scrivevano di sé. Figuriamoci leggere pochi reperti della transizione fra il comunismo primitivo e le civiltà classiste.

A maggior ragione il fatto "religioso" delle fasi di passaggio primordiali, sebbene più conosciuto di quello paleolitico analizzato da Leroi-Gourhan, non può essere letto con gli occhiali greco-ebraici-cristiani che l'attuale civiltà ci impone. Non siamo di fronte a una pratica liturgica, per quanto antica, basata su di un dio patriarcale, posto al di sopra degli uomini e per incontrare il quale bisogna recarsi in monumentali templi costruiti all'uopo, ma ad una pratica di vita, basata sul culto della dea-madre dispensatrice di fertilità, la cui origine affonda nelle "veneri" preistoriche. Questa dea-madre si manifesta in ogni aspetto della vita quotidiana, non può dunque dar luogo a differenze fra tempo sacro e tempo profano, luoghi sacri e luoghi profani. Nell'epoca della "divinità" femminile ancora legata al ciclo della natura non esistono templi veri e propri, ed è dunque errato vedere, nelle costruzioni protostoriche, dei santuari in cui avrebbe dovuto risiedere la casta dei sacerdoti, per esercitare il proprio potere teocratico in ambienti appositamente costruiti. Ciò vale anche per l'ipotesi dei complessi minoici assimilati a "santuari". E vale per la dea assiro-babilonese Ishtar, che pur essendo già una divinità evoluta di un'epoca proto-classista, quindi una dea personalizzata, è ancora portatrice di amore e fecondità, si accoppia con uomini e animali e si fa onorare con la "prostituzione" sacra (non c'è neppure un termine per definirla): nessuno potrebbe paragonarla a una Madonna.

Nell’articolo su Caral avevamo ripreso l'interpretazione dell’archeologa sovrintendente agli scavi della città peruviana, che affermava: "La vita degli abitanti di Caral si svolgeva tra complesse cerimonie e rituali. La religione condizionava il comportamento di ognuno dentro e fuori casa, marchiando così l'intera organizzazione sociale e politica". È ovvio che, in una società organica, ciò che oggi viene interpretato come la sua "religione" non poteva essere separato dalla vita quotidiana della collettività. Quindi non possiamo parlare – né per la società minoica né per Caral, ma nemmeno per l’Egitto antico, per le prime forme urbane del Medio Oriente e per quelle della valle dell’Indo – di "governo dei sacerdoti", o di "teocrazia".

Le forme di culto, cioè il residuo via via trasformato di pratiche volte a mettere l'uomo in armonia con la natura, era tutt’uno con la vita, la produzione e la scienza, che a loro volta erano patrimonio e prassi della comunità intera. Definire come "religione" queste pratiche, sopravviventi nelle forme proto-urbane ancora intrecciate con il comunismo primitivo, confondendole con i caratteri tardi delle grandi religioni superstiti dei nostri giorni e passate attraverso la forgia storica che le ha plasmate sulle classi nel frattempo avvicendatesi al potere, è come definire "capitale" il pezzo d'oro su cui, per la prima volta, il re di Lidia impresse il suo sigillo.

Insistiamo sull'aspetto religioso perché la concezione moderna delle società antiche è impregnata di pregiudizi dovuti al fatto che di esse si sono conservati soprattutto l'architettura e il materiale inerenti alla religione e al potere, spesso collegati più o meno arbitrariamente. Per la maggior parte degli studiosi la religione è un concetto derivato neppure dal cristianesimo in quanto tale, residuo di comunismo primitivo, ma dalla patristica medievale che rifece un cristianesimo adatto alla nuova realtà sociale che si andava configurando. La religione viene quindi applicata dall'esterno alla società protostorica come idea astratta separata da ogni riferimento alla realtà concreta. Al posto delle diverse religioni che si sono susseguite nella realtà materiale abbiamo una Religione Assoluta che riposa tranquilla nel mondo delle idee. Ogni differenza fra le religioni concrete viene così diluita in nome di una frustrante mancanza di dialettica.

Specialmente riguardo alle società più antiche, continuano a essere dunque pochi gli studiosi che riescono ad evitare la trappola della borghesizzazione dei fenomeni sociali delle società antiche. C'è da rabbrividire persino nel leggere gli scorci storici che fanno da contorno a certi progetti di recupero ambientale come l'Arsenale di Venezia o siti di "archeologia industriale" di epoche molto più vicine a noi.

Comunismo insopprimibile

Quanto abbiamo detto fin qui, benché richieda di essere sviluppato con ulteriori lavori, dovrebbe essere sufficiente a far comprendere che il comunismo è insopprimibile perché esso fa parte del divenire umano, indipendentemente da qualunque forza mostri di volerlo bloccare. In realtà nessuno può opporglisi senza nello stesso tempo assecondarne l'avvento. Quando l'incalzante avanzata del capitalismo americano disintegrò il baraccone sovietico spacciato per comunista, l'episodio grandioso non fu per nulla una vittoria del capitalismo ma dell'avanzante comunismo. La nostra corrente l'aveva previsto da anni. La "morte del comunismo", come dissero gli apologeti del mondo borghese, questo sì morente, non fu altro che un gran colpo di ramazza che liberò dalle scorie residue la strada della rivoluzione. Ciò che fecero gli Stati Uniti non lo dovrà più fare il movimento comunista. Ciò vale per molti degli episodi che costellano la grande opera di repulisti operata dal capitalismo, già descritta nel primo capitolo del Manifesto. Via il bestione russo, via i partiti stalinisti, via i sindacati corporativi, via le vecchie questioni legate al ciclo rivoluzionario passato. Che cosa si vuole di più per dimostrare che di morto c'è soltanto il capitalismo?

Rendendo soggettivo il problema del comunismo (padroni contro operai, comunisti contro borghesi, ecc.) si rende un cattivo servizio al patrimonio teorico della rivoluzione umana, che come abbiamo visto è quella comprendente l'arco storico millenario fra comunismo primitivo e comunismo sviluppato. È semplicemente una sciocchezza pensare che il movimento rivoluzionario comporti in ogni istante una lotta fisica fra sostenitori di un certo sistema senza proprietà, valore, ecc. e sostenitori del sistema del denaro, della proprietà e dello sfruttamento. È vero che la lotta economica non è altro che una micro-guerra civile quotidiana, come dice Marx, ma qui si tratta di afferrare che se la lotta di classe non muore mai, se il comunismo non muore mai, non è perché qualcuno lo vuole, ma è perché il comunismo fa parte della natura della nostra specie, e perché essa non vi mai ha rinunciato neppure nel breve periodo delle società divise in classi.

In decine di migliaia di anni non sono mai mancate esperienze comunistiche, anzi, nei periodi più bui della storia esse hanno rappresentato lo strumento per il rilancio della forza produttiva sociale, come fu per esempio con il monachesimo d'Europa e d'Asia in tutte le sue forme, comprese quelle combattenti. Le occasioni in cui il comunismo si è manifestato e si manifesta tuttora sono molto più numerose di quelle ricordate all'inizio di questo articolo e anche di quanto si immagini normalmente; esse si possono raggruppare in "insiemi" che racchiudono le società primitive, le utopie, le sopravvivenze-anticipazioni, le realizzazioni del futuro, ecc.

La nostra corrente dimostrò la pochezza del "comunismo volgare" che, non essendo neppure sfiorato da questi concetti grandiosi, non può arrivare all'altezza della visione totalitaria marxista negatrice di ogni forma attuale, ma si ferma al "passaggio di proprietà", cioè una specie di riforma espropriatrice nei confronti dei capitalisti a favore di una proprietà "comune" nel senso di "diffusa", che interessa tutto il proletariato. Questa è la concezione cui al massimo giunge, per esempio, il movimento formato da milioni di persone, mosse da vaghi sentimenti di equità e giustizia commerciale, attratte dall'antiglobalizzazione, cui si sono accodati nella quasi totalità anarchici e sedicenti comunisti.

Di questa società non c'è nulla da salvare, c'è solo da raccoglierne i frutti maturi. Per farlo occorre essere attrezzati, con programmi, uomini e strumenti adatti. Di qui la nostra critica a coloro che credono di non avere successo per "colpa" della borghesia, in questo modo "personalizzata", dalla quale si sentono repressi, e nelle cui azioni non vedono altro che "attacchi padronali al proletariato" per scaricare su di esso ogni crisi. E vorrebbero rispondere con l'attacco del proletariato, ovviamente "sensibilizzato" e guidato da loro stessi. Ma le grandi rotture rivoluzionarie che separano le epoche non dipendono da volontà, ricette, espedienti o forme organizzative prefissate da individui o gruppi. Occorre un grande movimento materiale in grado di portare gli individui, che in fondo sono gli strumenti adoperati da ogni rivoluzione per "fare" la storia, a sentirsi parte di un arco immenso e millenario che collega il comunismo primitivo con quello sviluppato, a mettersi in sintonia con le anticipazioni che con enorme potenzialità distruttiva aprono varchi reali nella compagine avversaria, a concentrare le proprie forze aderendo al movimento reale fino alla formazione, finalmente, dell'organismo storico della classe capace di prenderne la guida e indirizzarlo verso l'obiettivo. Farsi darwinianamente trascinare dalle "situazioni concrete" non è da comunisti. Per dirla brutalmente con Marx ed Engels non è nemmeno da uomini, primitivi fin che si vuole: è da animali.

Letture consigliate

  • Karl Marx, Per la critica dell'economia politica, Introduzione del 1857, con testo originale a fronte, a cura di B. Accarino, Bertani Editore, 1974.
  • Friedrich Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti.
  • PCInt., Dottrina dei modi di produzione (nella nostra prefazione si analizza in dettaglio la concezione di Marx sulla dinamica dei processi storici e sulle transizioni), Quaderni Internazionalisti.
  • PCInt., Mai la merce sfamerà l'uomo, Quaderni Internazionalisti.
  • PCInt., "Sul metodo del Capitale e la sua struttura", in Elementi dell'economia marxista, Quaderni Internazionalisti.
  • Articoli Decostruzione Urbana e La dimora dell'uomo, nn. 8 e 9 di "n+1".
  • André Leroi-Gourhan, Le religioni della preistoria, Adelphi.
  • Marshall Sahlins, L'economia dell'età della pietra, Bompiani, 1980.

Transizione

"Non so se per grazia od ostilità gli dei abbiano loro negato argento e oro. Tuttavia non potrei certo affermare che le miniere della Germania non producano oro o argento: chi infatti ha mai tentato degli assaggi? Il loro possesso o uso non li attrae. Vasi d'argento donati da ambasciatori sono apprezzati non diversamente da quelli di terra. Scelgono i re per la nobiltà d'animo, i capi per il valore. I re non hanno ad arbitrio un potere illimitato, e i capi comandano più per via dell'ammirazione e dell''esempio che dell'imperio. Solo i sacerdoti possono dare la morte, e ciò non per una pena o per ordine del capo ma per ingiunzione del dio. È costume della tribù portare spontaneamente e individualmente capi di bestiame e frutti della terra a chi primeggia; ed egli l'accoglie come segno di onore ed anche come provvidenza ai suoi bisogni. Si compiacciono soprattutto dei doni di popolazioni vicine, che sono inviati non solo dai singoli ma anche dalla comunità: cavalli scelti, armi, borchie e collane di metallo. Ma ormai abbiamo loro insegnato a ricevere anche del denaro" (Tacito, La Germania).

Rivista n. 12