Teoria particolare dei sistemi

Ludwig von Bertalanffy, Teoria generale dei sistemi, Pagg. 406, euro 11,00 Mondadori 2004

Non c'è da meravigliarsi se un idealista può scrivere un saggio scientifico materialista e viceversa. A giudicare dal classico di von Bertalanffy che abbiamo ripreso dalla libreria in occasione di questa interminabile pandemia questa possibilità sembra addirittura naturale. L'attuale società è un sistema malato sotto tutti i punti di vista, la pandemia e la sua gestione da folli ci sembrano un classico esempio di collasso sistemico, di qui la ripresa del testo. Il libro è tradotto da Enrico Bellone, di cui abbiamo recensito il saggio intitolato Qualcosa, là fuori. I due testi non sono confrontabili, ma ci danno l'opportunità di sottolineare un aspetto curioso della produzione scientifica in questa decadenza… sistemica. La curiosità è stimolata dalla spinta dei fatti che agiscono sul nostro cervello generando strane contraddizioni. Gli scienziati non ne sono esenti, anzi, più sono impegnati nell'approfondimento delle loro specializzazioni, più producono tesi idealistiche. L'esempio più evidente lo troviamo nella fisica, campo nel quale c'è stato uno scontro mortale che ha prodotto vincitori e vinti dei quali non parla più nessuno solo per mancanza di sviluppi.

Bertalanffy ha scritto il suo saggio perché mancava una sistemazione teoretica dell'argomento, anche dal punto di vista formale. Da una trentina d'anni erano stati affrontati i problemi della cibernetica, dell'informazione, del caos, della complessità, dell'auto-organizzazione dei fenomeni vitali, ma rimaneva stranamente scoperto il vastissimo campo dei sistemi. Stranamente, perché tutto ciò che esprime una dinamica fatta di interrelazioni, feedback, scambio di informazione, è definibile "sistema"; e di sistemi è fatto l'universo.

L'autore nota come la scienza moderna sia sempre più costretta ad affrontare problemi specialistici che richiedono un approfondimento crescente nel mare di conoscenza e comunicazione raggiunto dall'uomo. Così si formano spontaneamente degli insiemi sempre più numerosi, perché quelli che esistono si scindono, ad un dato momento, in sottoinsiemi, ed è sempre più difficile che si costituiscano intenzionalmente dei solidi canali d'informazione fra insiemi diversi.

Certo la natura ha le sue leggi, e queste a volte impongono la correzione del tiro quando fenomeni analoghi richiedono spiegazioni analoghe, per cui succede che si possano sviluppare teorie unificanti partendo da campi separati. L'autore definisce "sorprendente" questo fenomeno, mentre esso ha invece una spiegazione razionale. Se ne dovrebbe trarre la conclusione che vi sono spinte unificatrici derivanti da fenomeni deterministici. Perciò la differenza riscontrata precedentemente alla correzione è solo apparente. È quello che scriveva Bellone nel suo libro: noi ci siamo evoluti sulla base di percezioni intuitive le quali, razionalizzate, hanno imposto al nostro cervello modalità evolutive che hanno rafforzato i meccanismi intuitivi a scapito di quelli anti-intuitivi. Per affrontare la conoscenza nel campo dei fenomeni anti-intuitivi, il cervello si deve sforzare di astrarre rispetto al concreto della realtà sensibile.

La fisica classica si proponeva di risolvere i problemi legati ai fenomeni naturali riducendo la realtà in mattoncini elementari che, isolati e resi funzionali, potevano essere assemblati per conoscere, in tutte le sue sfaccettature, la realtà. Il paradigma meccanico (perché mai "meccanicista"?) era ben sintetizzato dal modello di Laplace: una intelligenza infinita, che conoscesse la posizione e il moto di tutto ciò che c'è nell'universo, saprebbe che cosa succederà allo stesso universo in un tempo successivo. Secondo von Bertalanffy la termodinamica e la meccanica statistica hanno complicato il quadro, per cui il nostro modo di conoscere deve tener conto di insiemi più o meno dinamici che danno luogo a sistemi, cioè a relazioni fra i componenti elementari che non sono più analizzabili con la vecchia meccanica.

Qui notiamo subito un'invasione ideologica di campo: sarebbe come dire che non possiamo più andare al mercato con la vecchia aritmetica. L'approccio sistemico per ampliare la nostra conoscenza del mondo è un conto, ma lo scivolare nella filosofia è un altro. Il cosiddetto meccanicismo dà ragione dei fenomeni naturali e delle leggi di natura per tutto ciò che abbia dimensioni superiori a qualche atomo e si muova a una velocità più bassa di quella della luce. Scrive l'autore:

"Non è solamente necessario studiare le parti ed i processi in stato di isola­mento, ma anche risolvere i problemi decisivi che si trova­no nell'organizzazione e nell'ordine che unificano quelle parti e quei processi, che risultano dall'interazione dinami­ca delle parti."

Arrivati a questo punto, sembra ragionevole tener conto della complessità, dell'energia prodotta e dissipata, del fatto che il sistema osservato sia chiuso o aperto, che sia osservato o meno. Come diceva il fisico Philip Anderson, more is different : di più è diverso. Variazioni quantitative comportano variazioni qualitative. Non è una grande scoperta, c'era già arrivato Galileo nel suo trattato sulle meccaniche: se aumento la possibilità di alzare oggetti pesanti, devo trasformare il peso in "tardità", cioè impiegare più tempo per lo stesso spazio, ecc.

Abbiamo detto "osservato" o meno. Dietro a questa frase stanno in agguato secoli di filosofia. Oggi la definizione di "realtà" è, per alcuni: "l'informazione che abbiamo su di essa". John von Neumann fu uno dei protagonisti della marcia del cervello sociale verso un'interfaccia artificiale intelligente tra mondo umano e mondo macchina, un super sistema. Egli fece notare che per misurare con precisione una semplice temperatura occorrono almeno quattro interazioni tra osservatore e oggetto osservato. Per questa strada potremmo arrivare fino a Materialismo ed empiriocriticismo, di Lenin, che a modo suo rispondeva a questioni sollevate nell'ambito di una teoria dei sistemi, quella che Bogdanov chiamava tectologia. Il termometro esiste solo perché esiste la necessità di interfacciarci con la natura. Lenin sosteneva che la realtà esiste anche in assenza di uomini a testimoniarlo. Ciò è apparentemente vero, l'universo è grande e ci sono innumerevoli sotto-universi senza testimoni che possano attingere informazione su di essi. Ma così dicendo abbiamo arbitrariamente tolto dalla scena noi stessi, e questo non è permesso, specie se si vuole "fare" una rivoluzione, come si diceva una volta. Nel sistema che si voglia rivoluzionare, le parti componenti che ricevono e trasmettono informazione ci devono essere. Ovviamente Lenin non era interessato alla filosofia ma stava difendendo il partito.

Il libro di Bertalanffy è utile per avere un'idea di che cosa significa l'interpretazione di un sistema complesso, specie se nel campo sociale. È utile anche sotto un altro profilo: ci fa constatare quanto sia facile ideologizzare anche la scienza. In un campo dove dovrebbe regnare il determinismo forte, l'autore collega i sistemi alle loro facciate psico-politiche. Lo stato, che sia fascista, democratico o "comunista" è certo un sistema, ma non si vede come lo si possa trattare singolarmente, dato che è legato alla produzione di plusvalore in modo strutturale, anche se formalmente diverso da altri stati. Semmai si può adoperare la teoria dei sistemi proprio per dimostrare che quando c'è stato non c'è comunismo.

Rivista n. 49