La Palestina, l'Iraq, l'Afghanistan e i movimenti di liberazione nazionale oggi

Palestina, Iraq e Afghanistan: tre popolazioni coinvolte in una guerriglia di liberazione nazionale a prima vista classica, contro Stati che impongono dall'esterno ordinamenti estranei al tessuto sociale autoctono, sfruttando risorse e forza-lavoro locali. È una questione che richiama le parole d'ordine sul "diritto di autodeterminazione dei popoli", e quindi sul diritto a combattere l'invasore o anche solo un oppressore che assoggetti con la forza una minoranza etnica, linguistica, ecc.

Tutte le rivoluzioni nazionali sono passate attraverso forme di lotta armata, aperta o clandestina. Se Palestinesi, Iracheni, Afghani e altri popoli combattono l'invasore con le armi normalmente utilizzate in ogni situazione simile; se sono in grado di resistere nonostante le pesanti perdite; se per di più ne infliggono al nemico imperialista con i pochi mezzi a disposizione, nessuno può ovviamente ergersi a giudice del loro operato. Sta a loro scegliersi le strategie, i militanti, le alleanze, i fornitori materiali e i metodi tattici per il combattimento.

Tra l'altro i programmi dei movimenti nazionalisti d'oggi sono assai meno radicali di quelli dei loro antenati storici. Nella situazione specifica palestinese, ad esempio, i fondamentalisti di Hamas, che di recente hanno vinto le elezioni, hanno come programma l'eliminazione dello Stato di Israele, considerato invasore e oppressore, ma non l'espulsione degli ebrei dal territorio in cui si sono insediati, a patto che possano ritornarvi anche i palestinesi scacciati dalle guerre. Questa politica di integrazione fu praticata dai conquistatori arabi quando ancora il mondo cristiano brancolava nei secoli bui dopo la caduta dell'Impero Romano, ma fu estranea, per esempio, al risorgimento italiano, che liberò il territorio conquistato da austriaci, borboni, papisti e nemici vari. Anche le rivoluzioni anticoloniali del dopoguerra si liberarono dai colonialisti, confiscandone i beni.

Nei programmi nazionalisti, che contemplino o meno la lotta armata di liberazione, vi sono molte contraddizioni, tipiche di ogni borghesia. Questa classe lotta contro l'oppressione subìta, ma è prontissima a praticarla non appena le si presentino un interesse e una possibilità in quel senso. Ci piacerebbe per esempio sapere dove sono finiti coloro che inneggiavano alla rivoluzione kurda, da quando i kurdi iracheni sono stati blanditi con l'autonomia, i posti di governo e l'accesso ai ricchi pozzi di petrolio di Kirkuk, diventando oppressori degli arabi per conto degli invasori americani. Certi rivoluzionari alla giornata ci risposero che bisogna far politica concretamente: in un certo momento si può inneggiare al nazionalismo rivoluzionario kurdo, in un altro momento, quando le cose cambiano, si può essere nemici dei kurdi diventati oppressori.

Noi siamo comunisti e non nazionalisti, quindi ragioniamo in modo assai diverso. Noi dobbiamo sapere prima che cosa rappresentano le borghesie in lotta per la propria liberazione. E dobbiamo anche analizzare in modo realistico e concreto, ma coerente con la rivoluzione proletaria, i movimenti armati o anche solo politici che coinvolgono masse di uomini. Oggi il ciclo delle lotte classiche per la liberazione nazionale si è definitivamente chiuso (Angola, 1975) e con esso il ciclo delle rivoluzioni borghesi. Attenzione, non si può dire affatto che non esista più il nazionalismo, esso anzi si sta rinvigorendo a causa dell'assetto imperialistico del mondo: ma i comunisti sanno che il nazionalismo oggi non può più avere una valenza rivoluzionaria dal punto di vista del proletariato.

Prendiamo la grande nazione araba, che ha dato luogo al nazionalismo di tipo nasseriano. I comunisti hanno sempre negato che tale ondata politica potesse essere considerata rivoluzionaria. Fattori storici immensamente più potenti dei partiti borghesi che ne sono il sottoprodotto hanno determinato le divisioni ormai insanabili del mondo arabo e, generalizzando, di quello islamico. È vero che le frontiere disegnate dagli ex colonialisti delimitano nazioni fasulle, le quali non rappresentano neppure "pezzi" della nazione araba. Ma chi attribuisce la responsabilità di questa situazione solo all'imperialismo sbaglia di grosso, per la semplice ragione che le cause storiche del separatismo arabo sono ben più antiche dell'imperialismo stesso. Perciò una delle rivoluzioni nazionali per la quale i comunisti avrebbero un fortissimo interesse, quella per la Nazione Araba, è storicamente impossibile al di fuori di una rivoluzione proletaria internazionale. Ovviamente tale rivoluzione realizzerebbe una unità di popoli, non solo arabi, lasciando in secondo piano le Nazioni intese come Stati sovrani.

Se per i comunisti non era rivoluzionario il movimento dei Nasser, dei Sukarno e dei Nehru che portò alla conferenza di Bandung (1955), un movimento considerato dai nostri predecessori già una degenerazione borghese, non ha alcun senso considerare rivoluzionario il movimento nazionalista di oggi. O meglio: ha senso per i borghesi interessati ai propri diritti nazionali, non per i comunisti.

Paradossalmente, ma non troppo, alcune frange della borghesia israeliana, e persino alcuni esponenti di Hamas, tratteggiano programmi più vicini a quello comunista che non alle farneticazioni di alcuni pseudocomunisti terzomondisti alla Bandung in circolazione oggi come nel 1955: la soluzione migliore per la Palestina e per altri paesi (come dice ad esempio Moshir al-Masri, dirigente di Hamas) sarebbe uno Stato unitario in cui ebrei e arabi vivano in pace, come succedeva in tutto l'Islam fin dai tempi di Maometto; non si tratterebbe cioè di buttare gli ebrei a mare, ma di eliminare uno Stato confessionale che è fonte di oppressione e terrore (nella Carta di Hamas, però, è prevista la costituzione di uno Stato palestinese fondamentalista islamico). Anche se nessun comunista può pensare che sia possibile un'area arabo-israeliana pacifica finché esiste il capitalismo, questa specie di utopia potrebbe essere la base per qualche soluzione realistica invece di una guerra cieca e suicida.

Una guerra che, in mancanza di una estesa rivoluzione, è vinta dal più forte. Da chi è appoggiato dai maggiori paesi imperialisti. Non certo da chi è abbandonato al massacro dai suoi stessi compatrioti di una nazione araba che è solo un fatto etnico. Nella guerra del Kippur, Israele stava per collassare sotto l'attacco dell'Egitto e fu salvato dal cessate il fuoco imposto dagli americani. Non sarebbe in grado evidentemente di resistere all'attacco congiunto, su tutti i fronti, di un miliardo di islamici. Ma - si potrebbe obiettare - vorrebbe dire guerra anche contro gli Stati Uniti. E allora? Gli americani non hanno forse attaccato lo stesso l'Afghanistan e l'Iraq, occupato militarmente l'Arabia Saudita, gli Emirati e il Kuwait, sottomesso l'Egitto, annichilito la Siria, minacciato l'Iran?

Israele ha una percezione del conflitto in bilico fra l'arroganza dell'oppressore che si sente onnipotente (sotto l'ombrello americano) e la consapevolezza di una vulnerabilità storica inesorabile. Non appena cambiasse anche solo di poco la situazione attuale, con gli Stati Uniti impegnati su fronti diversi, il mondo gli crollerebbe addosso e lo sbocco non sarebbe così idilliaco come tratteggiato dall'esponente di Hamas. Molti israeliani incominciano ad esserne consapevoli. Nessun popolo può essere libero se partecipa all'oppressione di altri popoli. Si diffonde il malcontento dei soldati, fino alla diserzione. Si moltiplicano le iniziative congiunte di ebrei e palestinesi. La vittoria di Hamas è una vendetta popolare contro sessant'anni di tradimento degli arabi di Palestina da parte dei governi circostanti.

Non c'è soluzione "nazionale". La società israeliana è più avanzata delle società che sta combattendo e da cui è combattuta. A differenza di quella palestinese, ha già compiuto la propria sanguinosa rivoluzione nazionale, anche se l'ha fatto contro un altro popolo e non contro il feudalesimo o un colonialista. Molte sistemazioni nazionali sono avvenute a spese di territori altrui e due rivoluzioni borghesi sullo stesso territorio sono impossibili. Il processo capitalistico avanza in modo irreversibile. Stato palestinese o no, l'area intera si assesterà secondo le leggi del mercato. Erano e sono già all'opera interessi complementari: l'industria ha bisogno di forza-lavoro e le popolazioni saranno integrate da questo scambio più che dai governi e dai loro muri. Il problema "nazionale" sarà ridotto a una questione di diritti civili dei palestinesi all'interno di Israele, e di regole per i lavoratori pendolari. Tutta l'area ha bisogno di proletari, di quei palestinesi ormai sradicati dalla loro terra, internazionalizzati, che non parlano più nemmeno la loro lingua. Nell'87, i proletari palestinesi esterni erano in Israele 180.000, ma scesero a 35.000 con la prima intifada; risalirono a 145.000 (20.000 clandestini) e ridiscesero a 7.500 dopo la seconda intifada. Entro il 2008 Israele vorrebbe rimandarli tutti a casa e anche le organizzazioni palestinesi spingono a non vendere la forza-lavoro al nemico. Di fronte a due milioni di nuovi posti di lavoro potenziali nell'area, ciò è semplicemente pazzesco (fonte dati: Medea – EU).

Disquisire a vanvera sulle "questioni" dei nazionalisti non serve. E serve ancor meno ai giovani proletari esposti al massacro per un assurdo Stato-lager palestinese, e agli altri milioni di palestinesi candidati alla morte per inedia e per rabbia nei campi profughi sparsi in Medio Oriente, nelle città-ghetto, nelle baraccopoli, sotto la minaccia delle armi e dei bulldozer non solo israeliani (vedi i massacri del Settembre Nero, di Sabra e Chatila, ecc.). Per i comunisti sarebbe auspicabile che quella disperazione e quella rabbia potessero essere utilizzate per andare verso un altro futuro. Proletario, non nazionalista. Questa prospettiva si stava già realizzando nei fatti, ma è stata bloccata.

 

n +1 Rivista sul "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente".

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Supplemento al n. 18 di n+1, reg. trib. Torino n. 5401 del 14 giugno 2000 - Riprodotto in proprio, 18 febb. 2006

Volantini