Mai la merce sfamerà l'uomo (9) (CXXVIII)

IX. Terra matrigna, mercato lenone

Alma parens frugum

Abbiamo in rubrica per questo turno la forma prima della rendita differenziale. Ne è stato spiegato il concetto con l'esempio della cartiera azionata ad acqua invece che a vapore, che vende allo stesso prezzo ma produce a costo minore: tale premio nasce da una differenza sul "prezzo di produzione", ed è rendita.

Ma è tempo di passare alla terra agraria. Da quando la umana specie coltiva la terra per ricavare alimenti vegetali, due sono gli aspetti fondamentali del problema: l'occupazione, la conquista della terra da un lato, ossia il variare del rapporto tra la terra incolta e quella coltivata e dissodata - la fertilità della terra dall'altro, variabile secondo le condizioni naturali e gli effetti del lavoro degli uomini, ossia la sua attitudine a dare più frutto e chiedere meno sforzo.

La storia economica, ossia la storia base della specie, si aggira tra questi termini: quanta terra è ancora possibile mettere a coltura - quale minima fertilità determina il dissodamento degli incolti, in relazione al commisurare gli sforzi di lavoro e i consumi alimentari.

Ciò fin quando, nel tempo capitalista, tutta la terra disponibile, la più fertile come la meno fertile, si vede sfruttata. E la specie ha troppa fame.

Gli uomini, nella nostra dottrina, si offrono da mangiare col proprio lavoro e non è la natura che li invita a pranzo senza che debbano pagare lo scotto, o senza che, trovati senza soldi in scarsella, paghino - stile anglosassone - con la condanna a lavare i piatti in cucina. In tempo-lavoro.

Alla poesia e alla letteratura e alla favoleggiata età dell'oro - la quale, dato che ogni mito nacque nella reale vita e non nel sogno puro, vi fu, ma non caratterizzata dal raccogliere senza aver faticato, bensì dal lavorare e mangiare, nelle gioiose intrepide prime comunità, senza che vi fosse ancora la proprietà della terra - appartiene l'omaggio alla "alma genitrice dei frutti". Genitore del frutto è il lavoro.

Fertilità naturale

"Ricardo - rileva Marx iniziando la trattazione - ha pienamente ragione quando enuncia i seguenti principi:

"rendita - (ossia rendita differenziale; egli presuppone in generale che non esista altra rendita all'infuori della rendita differenziale) - è sempre la differenza fra il prodotto ottenuto con l'impiego di due quantità eguali di capitale e di lavoro" (Principles, p. 59)".

Marx precisa che questo è vero per il sopraprofitto in generale (come nel caso della cartiera col salto idraulico), ma trattando di rendita fondiaria occorre aggiungere l'altra condizione: sulla stessa quantità di terreno.

Questo caso dei capitali uguali (nel capitale investito dall'affittaiolo s'intende compreso il salario dei braccianti) è il caso più semplice, ma in pratica raro: quando, sia pure sulla stessa superficie di terra, si impiegano capitali ineguali per prodotti ineguali, il confronto si fa egualmente considerando il proporzionale reddito dei vari capitali: ove questo rapporto (saggio del profitto) cresce, vi è un sopraprofitto e quindi una rendita differenziale.

Spieghiamoci con un esempio: su un terreno il capitale di 100 mila lire ha dato il profitto di 15 mila: saggio del 15 per cento. Su un altro, il capitale è 200 mila e il profitto 40 mila, il saggio dal 15 per cento (che avrebbe dato 30 mila) è salito al 20 per cento, con un sopraprofitto pari a rendita differenziale di 10 mila lire, ossia del 5 per cento.

Ricardo ha anche ragione a considerare causa del fenomeno della rendita la ineguaglianza di prodotto, di resa produttiva:

"Tutto ciò che diminuisce la ineguaglianza nel prodotto ottenuto sulla stessa terra o su terra nuova tende a diminuire la rendita; e tutto ciò che accresce questa ineguaglianza ha necessariamente un effetto contrario, tende ad accrescere la rendita".

Per semplicità di esposizione, Marx dopo aver fatto cenno di tutto quanto influisce sulla fertilità della terra nel senso economico-sociale, ossia sulla convenienza di esercirla, si limita a considerare la "fertilità naturale", quella dovuta alle risorse chimiche del dato terreno, quali le ha sviluppate la natura geologicamente e organicamente fino a che quel terreno è "vergine" e successivamente la stessa coltura e lo stesso grado di sviluppo sociale della tecnica agraria. Vi sono altri fattori della fertilità, ossia dell'utilità di esercizio, cioè la ubicazione del terreno rispetto ai luoghi di consumo del prodotto, la ripartizione delle imposte fino a che non è proporzionale alla resa (la famosa sfottutissima perequazione fondiaria degli umoristi), la disparità tra il progresso agricolo nelle varie provincie (vedi Italia: nel famoso nord industriale l'agricoltura è più sviluppata e la terra produce di più), la diversa disponibilità di capitale industriale per i fittavoli (vedi Italia, idem con patate).

Marx si ferma un momento sugli effetti dell'ubicazione: uno dei soliti colpetti al sistema capitalistico, in cui è l'essenziale di tutte queste analisi (peggio per il poltrone che si stanca e si scoccia, cupido solo di barzelletta o fattaccio). Da un lato il capitalismo diminuisce gli effetti dell'ubicazione e sfrutta anche il cocuzzolo delle montagne per far soldi, creando nuovi mezzi di trasporto e mercati nuovi, ma dall'altro aumenta l'effetto dell'ubicazione delle terre, in quanto separa l'agricoltura dalla manifattura, costituisce grandi centri, isola certe regioni. Qui, o attualisti pruriginosi, la botta va al discorso di ieri di Malenkov, in materia di programma della società futura.

Il nostro omaccio annunzia che per costruire il comunismo (la espressione abusata di costruzione del socialismo è di squisitissimo stile capitalista: non solo puzza di filosofia volontarista ma risponde al vero momento della dinamica capitalista e al suo vero motore: non importa abitare e godere la casa, ma costruirla, non attira l'affare a getto uniforme che è la resa della fabbrica, ma l'affare di investire capitale in accumulazione progressiva, in riproduzione accelerata, nel fondarne una nuova), dunque per costruire il comunismo, bisogna sì esaltare la produzione dei beni di consumo che difettano gravemente per quantità e qualità, ma soprattutto continuare "la politica dell'incremento dell'industria pesante che è la base dell'economia sovietica e la pietra angolare della difesa dell' URSS".

Mentita: pietra angolare dell'economia comunista sarà la frammistione dell'agricoltura e della manifattura, l'abolizione dei grandi centri, la fine dell'isolamento di regioni, come quelle in cui si situano i deserti per l'attività atomica.

Perfino l'architetto Wright arriva a profetare il gigantesco sfizio che si prenderà la rivoluzione mondiale, tutt'altro che in sede di costruzione: piantar patate sull'area del grattacielo della Società delle Nazioni. Come finì col cadere la statua di Napoleone dall'alto della colonna Vendóme, così finirà col cadere quel capolavoro imbecille.

I quattro terreni

Siccome le patate, dopo aver dovuto far saltare tutto quel calcestruzzo di fondazione, risulteranno un po' care, ci limitiamo con Marx alla sola fertilità naturale e immaginiamo quattro appezzamenti di terreni uguali in superficie, nei quali viene applicata la stessa lavorazione con la stessa spesa di salari e materie o logorii, ma dai quali si ricavano diverse e progressive quantità di prodotto.

A è l'importante personaggio "terreno peggiore": ve lo presento.

B, C, D, sono i terreni migliori.

Qui viene una difficoltà abituale nella lettura di Marx: le unità di misura. Marx, anche quando semplifica, esemplifica. Si scusi il gioco di parole: egli dà cifre corrispondenti in pratica a dati concreti del suo tempo e per lo più dell'Inghilterra, il che lo costringe a cacciarsi nel ginepraio delle non decimali misure inglesi: sterline, scellini, pence; libbre, once, grani - con tutte le loro diaboliche frazioni. I traduttori, come una volta per sempre Engels avvertì, esitano a cambiare le unità e le cifre e invero quei pochi che lo fanno cadono spesso in gravi cantonate.

In questo caso per i quattro terreni la misura è decimale: si tratta di un'ara, 100 metri quadrati, la centesima parte dell'ettaro (purtroppo i professori e tecnici agrari italiani si aggirano ancora tra moggia, versure, tomoli, trabucchi, giornate, ecc. Misure tuttavia espressive perché nacquero da quote di lavoro o di prodotto).

Il prodotto (grano) è indicato in misure. Il capitale, la rendita, ecc., in scellini. Per il momento il prezzo è costante: 60 scellini a misura.

I compilatori o traduttori non possono non aver fatto qualche scherzo: 60 scellini sono tre sterline ossia circa 5.250 lire italiane di oggi. Se la misura è il bushel inglese di circa 36 litri, corrisponde a una trentina di chilogrammi e ne verrebbe fuori il prezzo del grano a quintale di 17 mila lire, che è troppo. In ogni modo il terreno peggiore non può produrre 30 quintali di grano ad ettaro: in quanto il migliore produce 4 misure ad ara e quindi 120 quintali: il che è assurdo. Seguiremo quindi lo specchio classico di Marx, salvo a provare con dati di oggi e dell'agricoltura italiana (va bene?) che la dimostrazione non fa una grinza.

Terreno A. Questa ara di pessimo terreno non dà che una misura di grano, che venduta al prezzo medio dà il ricavo lordo di 60 scellini. Bene.

In tutto il presente sviluppo si suppone che il capitale che viene investito sull'ara di terreno è sempre 50 scellini; tanto ha speso il capitalista fittavolo per ricavare i 60 scellini di grano. Dunque il margine è 10 scellini.

Altra supposizione è qui che il normale medio profitto del capitale sia del 20 per cento e quindi i 10 scellini di guadagno sui 60 di ricavo finale bastano solo al profitto capitalista: non resta sopraprofitto: la rendita è zero.

Significato sociale: su questo terreno peggiore, pagati i salari e le altre spese e assicurato il guadagno all'impresa agraria, non resta nulla per il proprietario fondiario. Allora o il terreno non si coltiva (fino a che non crescerà il prezzo del grano) o si cerca di averne rendita nella seconda forma: investendo altro capitale.

Rizzando la scala

Riassumiamo: terreno A. Prodotto 1 misura, venduto per 60 scellini. Capitale anticipato 50 scellini. Guadagno 10 scellini. Profitto dell'imprenditore 10 scellini. Rendita zero.

Marx espone a fianco della ripartizione dei 60 scellini quella del prodotto. Di una misura, i 5/6 rimborsano il capitale anticipato, 1/6 è profitto industriale, nulla è rendita.

Rimboccate le maniche, passiamo al terreno B. Con la stessa estensione e la stessa spesa questo produce il doppio: 2 misure di grano. Evidentemente si ricavano dalla vendita 120 scellini. La spesa è stata sempre 50 scellini, il profitto del fittavolo 10 scellini, restano ancora 60 scellini. Ecco la prima rendita differenziale che il fittavolo pagherà come canone di affitto al proprietario.

Dunque: prodotto 120 scellini, capitale 50, profitto 10. Rendita 60. Ed anche: prodotto misure 2, capitale 5/6, margine totale 7/6, di cui 1/6 profitto, 1 misura rendita.

Terreno C. produce 3 misure di grano. Ricavo lordo 180 scellini, capitale sempre 50, margine 130, profitto sempre 10, rendita 120. Ovvero: prodotto 3 misure, capitale 5/6, profitto 1/6, rendita 2 misure.

Ed infine il terreno D. Prodotto 4 misure e quindi 240 scellini. Margine sul solito capitale spese di 50, scellini 190. Sempre 10 al profitto di impresa. Rendita 180. Ossia prodotto 4 misure, profitto 1/6, rendita 3 misure.

Nella scaletta stabilita, mentre estensione del terreno, capitale e profitto di fittavolo restano uguali, varia il prodotto da 1 a 2, a 3, a 4 misure. La rendita manca nel primo caso e poi è di 60 scellini per B, 120 per C, 180 per D.

Supponendo che i quattro tipi di terreno, moltiplicati se volete per milioni, formino tutta l'agricoltura di un paese, Marx si forma i totali: 4 are, 10 misure raccolte ossia 600 scellini, 200 scellini di capitale speso, 40 scellini di profitto. Rendita totale 360 scellini, ossia il valore di 6 delle 10 misure prodotte.

Fin qui dunque è costante anche il "prezzo di produzione" del grano, in 60 scellini per misura, che comprende il capitale salari, il capitale costante ed il profitto al saggio medio industriale.

Si suppone anche che tutto vendasi al mercato al prezzo di produzione ignorando i soliti scarti occasionali. La rendita non viene dal vender caro e non viene dal mercato; non viene da scarto di prezzi ma da un sovraprodotto che va a vantaggio di chi tiene la "chiave" dei cancelli dei migliori terreni, che può interdire al capitale e al lavoro. Ma non vi è rendita alcuna se non viene "portato dentro" capitale-lavoro, ossia denaro che ha comprato lavoro morto e compra lavoro vivo.

Dati dell'attualità

Può meravigliare che la rendita di un terreno salga da zero a 3/4 del prodotto totale, ferme restando le remunerazioni dei lavoratori e dell'impresa. Invero la difficoltà dell'esempio sta nel supporre che vi siano terreni la cui produzione per solo motivo di capacità intrinseca varia da 1 a 4, mentre vi si compie con la stessa spesa la stessa quantità di lavoro. Quando varia di tanto la produttività organica, varia anche il capitale e il lavoro da apportare: il che si risolve con la seconda forma.

Ma dato che il ragionare astratto riesce ostico da un lato al pigro, dall'altro allo scettico, sarà bene scegliere un esempio, usando l'aggettivo che detestiamo, concreto e (puah) attuale.

Il presente catasto italiano tassa le varie qualità di terreno secondo la unità superficie (ettaro) in doppio modo. Il reddito imponibile dominicale determina l'imposta dovuta dal proprietario fondiario, ossia rappresenta la rendita vera e propria (a rigore, dalla rendita padronale risulta dedotto l'importo della tassa, il che appunto come Marx diceva non disturba se l'imposta è proporzionale alla rendita, come in Italia). Il reddito imponibile agrario serve di base all'imposta dovuta dal gestore del terreno e quindi esprime il profitto industriale, quello che nell'industria non agraria viene pagato come ricchezza mobile o in altre forme.

Vedremo che non è assurdo avere terreni di qualità progressiva con rendite dominicali molto variabili contro redditi agrari poco variabili e neanche avere rendite più forti dei redditi. Ciò avviene soprattutto nel caso dei seminativi, che sono la più gran parte dei terreni coltivati. In Italia su 28 milioni di ettari agrari, se escludiamo incolti produttivi, pascoli e prati permanenti, ne restano 15 e mezzo: di questi 13 sono seminativi.

Un comune italiano, di quelli ove è presente il terreno peggiore, ed infatti vi è "latifondo" sotto bonifica e sotto scorporo, dà per le "classi" di seminativi questa scala di tariffe (la tariffa esprime il reddito attribuito ad ogni ettaro) sempre in lire dell'anno ante bellico 1939.

Reddito dominicale. Prima classe L. 550. Seconda 400. Terza 300. Quarta 190. Quinta 95.

Reddito agrario. Prima classe 180. Seconda 170. Terza 160. Quarta 130. Quinta 80.

Per ancora maggiore chiarezza riportiamo queste cifre a lire odierne, con la moltiplicazione prudenziale per 40.

Rendita. Prima classe 22.000. Seconda 16.000. Terza 12.000. Quarta 8.000. Quinta 4.000.

Profitto. Prima classe 7.200. Seconda 6.800. Terza 6.400. Quarta 5.200. Quinta 3.200.

Osserviamo ora che in genere la rendita è alta assai più del profitto. Ma nella quinta qualità è appena maggiore, nella prima è più che tripla. Da qui, ancora una volta vedesi quanto è fesso lo Stato democristiano coi sotto coda comunisti ad espropriare dove l'imponibile è basso e quindi a prendersi, pagando bene, le rendite da 4.000 e lasciare godere quelle da 22.000 ed oltre.

Seconda osservazione: mentre il profitto varia poco, ossia del doppio, la rendita varia moltissimo, ossia del sestuplo.

Terza osservazione: se consideriamo le tre prime classi, abbiamo che con un profitto che scarta di poco (tra 6.400 e 7.200) e quindi risponde sensibilmente alla prima forma di Marx, la rendita varia fortemente: 12.000, 16.000, 22.000. Cercheremo di seguire questi numeri, tratti dalla pratica, per lo specchio analogo a quello di Marx.

Il prezzo del grano medio è 8.000 lire per quintale. Il dato medio che ci manca è il saggio del profitto, ossia il rapporto fra questo, che fissiamo con buona concordanza alla tariffa a lire 8.000, e il capitale spese.

Per trovare dei numeri che pure essendo dedotti lo sono razionalmente, ci serviamo di un interessante specchio di conti colturali nel più volte usato trattato di economia agraria. Essi riguardano quattro esempi di poderi della Valle Padana a coltura completata da allevamento zootecnico, su moderne unità di 50-60 ettari. Tali conti elaborati in tutto dettaglio per vendite, spese, ecc., sono in lire di anteguerra, ma a noi interessano i rapporti al prodotto lordo. Il conto è presentato infatti non come bilancio patrimoniale ma come esercizio annuo, ed il prodotto lordo si divide tra mano d'opera, spese e logorii, interessi, profitto e rendita e quindi si presta alla nostra interpretazione. La media delle conclusioni è la seguente: su ogni 100 di prodotto, la mano d'opera è 28, le altre spese 33, gli interessi di capitale 7, l'utile di impresa 8, la rendita 24.

I dati nel senso marxista di questa produzione sono: capitale costante 33, capitale variabile 28 (basso dunque il grado di produttività o tecnologico, appena 1,18, mentre l'industria era già a 4 medio nel tempo di Marx, oggi almeno ad 8); capitale totale anticipato 61, profitto capitalista (interesse e beneficio di imprenditore) 15, da cui: saggio del profitto circa 25 per cento, e plusvalore circa 45 per cento. Margine totale 39, ossia il 65 per cento: quindi profitto 25, sopraprofitto, che diviene rendita, 40 per cento. Sono questi rapporti al capitale anticipato totale di 61.

Ai tre casi della realtà dobbiamo aggiungere il caso A che la tariffa non può darci, perché affibbia rendita a tutti i terreni. Dobbiamo avere il profitto costante di 8.000 assunto per i tre casi superiori e dato che il saggio congruo è il 25 per cento, il capitale anticipato sarà 32.000 lire. Il ricavo dovrà essere 32.000 più 8.000, più rendita zero, ossia 40.000 lire; un simile terreno deve produrre appena 5 quintali per ettaro di grano, a 8.000 lire al quintale. Per passare da tal caso ai casi successivi non dobbiamo che prevedere un maggior prodotto, tale da dare l'aumento di rendita da zero a 12.000, 16.000, 22.000, delle prime tre classi in tariffa.

Il gioco è fatto

Terreno Prodotto Capitale Guadagno Rendita
  Q.li Lire Anticipato Q.li Lire Q.li Lire
A 5 40.000 32.000 1 8.000 - -
B 6,50 52.000 32.000 2,5 20.000 1,5 12.000
C 7 56.000 32.000 3 24.000 2 16.000
D 7,75 62.000 32.000 3,75 30.000 2,75 22.000
Totale 26,25 210.000 128.000 10,25 82.000 6,25 50.000

Dati costanti: capitale investito per ettaro 32.000 lire, profitto dell'affittaiolo 8.000 lire. Prezzo di vendita del grano 8.000 lire al quintale.

Supponiamo che questo quadro dia tutta l'Italia agraria. Tutto il prodotto del lavoro dei salariati della terra è 210.000. Di questo abbiamo visto che la mano d'opera è 28 per cento, ossia circa 59.000 lire. Il profitto di capitale è 82.000 lire. La rendita padronale 50.000. In altre parole dei 26,25 quintali di grano, i contadini ne mangiano 7,4 soltanto; 4 li mangia il capitalista; 6,25 il barone fondiario.

Dai due conti restano fuori invero 8,6 quintali e 69.000 lire. Quesnay direbbe che sono acquisti della classe manifatturiera e riserva semina; noi diciamo che sono capitale costante.

Che diceva Ricardo? Lavoratori e imprenditori, facciamo lega e sopprimiamo i 6,25 del landlord, dopo di che voi braccianti avrete lo stesso 7,4; noi imprenditori 10,25.

Che direbbe un modesto sindacal-socialista? Sopprimiamo, o lavoratori, i 6,25 del barone e anche i 4 del capitalista e avremo a disposizione 17,65.

Che dice l'ufficio agrario (quach! quach!) del partito comunista italiota? Il barone vero è quello del terreno A e tutto al più da tabelle di scorporo quello dei terreni A e B. Ma i proprietari dei terreni ad alto reddito, non meno dei loro fittavoli, son fior di gentiluomini e desiderabili elettori del partito. Ed allora espropriamo solo le rendite del latifondo: quintali 1,50 contro 26,25. Siccome le pagheremo in moneta corrente, le stesse passano ad interesse di capitali, ossia alla classe imprenditrice: questa sale da 4 a 5,50 e i borghesi fondiari scendono da 6,25 a 4,75. I ceti monopolistici sono sistemati. I proletari? Come le stelle stanno a guardare.

Che dice Marx, con noi sfrontati plagiari? Vada in malórsega tutto lo specchio e se occorre chi lo ha fatto, purché si spianti il monopolio fondiario della terra e il monopolio capitalista del prodotto. Perché ora si tratta del prezzo del grano e della fame: noi avremo allora il quadruplo del grano e rinunzieremo ad avere come pietra angolare alla Malenkov la bomba atomica gratis.

Qualche altro rilievo per far vedere che i nostri dati economici sono plausibili. L'affitto di quei terreni, ridotto in grano, come oggi spesso si pratica, risulta di 1 quintale e mezzo all'ettaro: adatto a quei terreni di scarsa resa e va poi salendo a 2 e a 2,75, con le categorie superiori. Tuttavia non sarà male notare che abbiamo lavorato su dati dell'ultimo anteguerra e che se si facessero oggi gli estimi catastali, i redditi d'imprenditore agrario avanzerebbero notevolmente rispetto alle rendite dei proprietari fondiari in generale. Mentre poi le rendite sono in proporzione della superficie, i profitti unitari invece non sono proporzionali come finge il catasto, ma il prodotto unitario cresce con la dimensione dell'azienda, andando dal piccolo affitto delle aziende al grande della citata dimensione poderale optimum. Il piccolo colono e mezzadro paga forti rendite, si deve appagare di scarso profitto e se è lavoratore compensa dando suo esagerato tempo di lavoro.

Altro raffronto è il valore venale di quelle terre. Quando il professionista valutatore chiama valore capitale il prezzo pagato per la terra nei trapassi di titolare, usa espressione impropria. Il conto economico agrario ben si presta a mettere in rilievo il divario tra la contabilità borghese e la contabilità marxista del capitalismo (quella del socialismo non è contabilità in denaro). Il prezzo della terra viene a suo punto in rubrica, ma non è capitale dice Marx.

Al tasso del 5 per cento le nostre tre terre valgono all'ettaro lire 240.000 - 320.000 - 440.000. Lo diciamo per far vedere che sono cifre del mercato reale; ma soprattutto per far notare la differenza tra questi valori patrimoniali e il capitale. Questo è l'anticipo annuo dell'impresa agraria: abbiamo visto che in tutti quei casi è costante ed uguale a 32.000 lire. Ma il valore dell'impresa stessa ed impianti è altra cosa. Poniamo che essa abbia attrezzi, aratri, trattori, animali da tiro, una scorta di semi e concimi, tanta moneta da far fronte alle spese dell'anno (32.000 appunto) e se si vuole un certo accorsamento e fiducia commerciale per cui un sostituto, salvo tuttavia l'avviso del locatore e il periodo di contratto, la vuol rilevare: pagherà forse capitalizzando anche al 5 o poco più l'utile netto annuo di 8.000 lire e quindi un 15.000 lire. Ecco quindi come i signori borghesi proprietari e impresari parlano del modesto lucro del 5-6 per cento e noi ad ogni passo sbattiamo loro sul naso profitti al saggio del 25%, sopraprofitti a rendita al saggio del 40%, plusvalore al saggio del 223% (profitto 82 + rendita 50 = 132 di plusvalore, il tutto diviso 59 di salari = 2,23), come nel nostro caso.

La macchina si mette in moto

Abbiamo fermata un momento la macchina della storia della terra dissodata e del prezzo degli alimenti per fotografarla nello "specchio". Il suo motore non è dunque l'energia raggiante diventata chimismo, ma il fatto sociale che un certo numero di operai agricoli può produrre quintali 26,25 e consumarne 7,4; il che vuol dire che recupera e riesce a vivere consumando solo la quarta parte di quanto ha prodotto e raccolto. Se invece di essere il lacrimabile sacro individuo anagrafato listato e schedato dalla moderna civiltà, egli fosse Robinson, o se egli fosse già La Specie, spogliatasi della santa larva della Persona, lavorerebbe due ore invece di otto. Ma avrebbe rinnegati i tempi gloriosi della Libertà. Come si definisce il lavoratore salariato? Un venditore di libertà.

Abbiamo tenuto fermo il prezzo su 60 scellini (conviene, dopo la data dimostrazione a quelli dell'ultima moda, tornare alle cifre di Marx) e da questo punto non preoccupiamoci più che del valore relativo delle varie quantità, supponendo che nella tabella sia notata la produzione di una intera società.

Gli uomini, che tutti hanno il difetto di mangiare, sono giunti a tale numero che occorrono dieci misure di grano (dieci milioni, se volete), per mangiare tutti e non essere costretti a ricorrere alla brioche. In tale situazione il dissodamento e la coltura hanno raggiunto il terreno A che stabilisce quindi il prezzo di produzione, ossia di vendita e di acquisto: 60 scellini.

"Il prezzo di produzione del terreno peggiore (...) è sempre il prezzo di mercato regolatore".

I terreni migliori che potrebbero vendere a meno non fanno che seguirlo. Più il capitalismo dissoda ed incivilisce, più costruisce - e con lui il capitalismo sovietico - la fame. Eppure occorre che dissodi.

Supponiamo che invece della costanza dei prezzi vi sia una serie crescente di prezzi. Questa Marx la chiama serie discendente della tabella. Non ci atteggiamo a rendere a lui il servizio che egli rese a Quesnay. Ma il testo è tanto esatto quanto stringato e arduo.

Leggo la tabella non più in serie costante ma in serie discendente dall'alto in basso rispetto ai prezzi. Per A il prezzo non può che essere 60. Ma in B, se io abolissi la rendita come vuole Ricardo, la stessa cifra di 60 scellini non occorre più per una sola ma per due misure: prezzo 30. Passo a C; la stessa spesa anticipata più profitto di 60 scellini mi ha dato tre misure: prezzo 20. Infine per D, sempre a rendite soppresse, il prezzo di produzione è 15.

Che cosa vuol dire? Se non vi fosse rendita il prezzo di produzione e di consumo scemerebbe con l'aumentata fertilità del terreno. Il sistema capitalistico lo inchioda sulla resa del terreno più fetente.

Che cosa vuol dire se non ci fosse la rendita? Vuol dire che nessuno vieterebbe ad altro di coltivare, lavorare e raccogliere. Se infatti esistesse terra libera si potrebbe aumentare la produzione senza aumentare il prezzo, a condizione di trovare terra della stessa fertilità di quella precedentemente dissodata dagli uomini.

Storia del dissodamento

E allora leggiamo il quadretto magico in serie ascendente per le righe, discendente per i prezzi. Supponiamo che ascendente sia detto - è detto - in senso storico. La popolazione era limitata e bastavano un tempo 4 misure, che si traevano dal terreno D. Fino a che vi fu terreno libero altrettanto fertile per natura, il prezzo rimase 15; 50 scellini di spese e 10 di profitto della impresa davano 4 misure.

Aumenti l'esigenza della popolazione (non si confonda questa analisi nel campo della produzione coi giochi di concorrenza, offerta e domanda che danno scarti ugualmente probabili nei due sensi), occorrano 7 misure e non 4, ma sia finito il terreno D: si deve ricorrere al C. Ma questo non dà che 3 misure con lo stesso prezzo di produzione; il prezzo, per questo terreno, non può essere che 20. Che avviene? Sale da 15 a 20 anche il prezzo delle 4 misure di D: chi primo lo aveva occupato si mette a papparsi una rendita di 20 scellini per 4 misure di grano.

Crescono i ventricoli e si deve passare le 7 misure e ricorrere al meno fertile B. Ma su questo, ormai lo abbiamo capito al volo, si produce a 30: tutti vendono a 30 (notate di passaggio che la capacità di acquisto è pari per tutti i lavoratori e quindi precipita mentre il prezzo sale; nel calcolo i vari terreni sono lavorati con lo stesso salario globale e unitario). In B non vi è ancora rendita, ma vi è in C, di 30 scellini e 1 misura e in D sale a 60 scellini e 2 misure.

Infine per nuove richieste di bocche si dà mano al terreno A. Questo esige i 50 scellini di capitale e 10 di profitto e non elargisce che una misera misura. I prezzi scattano a 60 ovunque. B vede la rendita di 60 scellini, una misura. C quella di 2 misure e 120 scellini. D quella di 3 misure e 180 scellini, già trovata scendendo lungo la scaletta, più promettente di quella che Cristiano saliva a spintoni verso le tenere braccia di Rossana. Ed è nientepopodimeno che Carlo Cyrano Marx a gridare a questo stupefacente capitalismo moderno: monta, dunque, animale! ché poi ti buttiamo giù noi in volo planato.

Adesso invece si supponga di cominciare da sopra e scendere. Si aveva il solo terreno A e il poco grano aveva il prezzo di 60. Si ha bisogno di altro grano e al tempo stesso si scopre il più fertile terreno B. Qui si produce a 30 ma si vende ugualmente a 60, con la rendita di 60 scellini. Al momento dell'esigenza di maggior produzione, la scarsa offerta poteva far salire il prezzo sopra 60; dissodato B tutto va a posto. La gente cresce e appare una nuova tendenza all'aumento: si trova e dissoda il più fertile C: si frena il prezzo a 60 e C ci guadagna una rendita di 120. E così via.

Marx sviluppa diverse ipotesi sulla messa a coltura di terreni progressivamente migliori, progressivamente peggiori e compresi alternativamente tra i peggiori e i migliori già dissodati. Egli mostra che comunque si scelga la serie si ha sempre formazione di rendite differenziali, a sviluppo della rendita totale. Con ciò egli confuta West, Malthus e Ricardo, che tutti dicono esservi sempre progressione dal terreno migliore al peggiore, ossia decrescente fertilità dell'agricoltura. Nel modo capitalista di produzione le cose procedono verso l'aumento del prezzo reale del grano, anche quando si va verso un aumento notevole della superficie coltivata e un miglioramento produttivo per unità di superficie.

E' dunque legata unicamente alla società capitalistica la tesi che non conviene dedicare capitali all'aumento di fertilità del suolo (il che meglio si vede nello studio della seconda forma) perché cresce il prodotto sì, ma diminuisce il profitto delle successive anticipazioni, cosa che fa orrore al capitale.

La legge della fame

La conclusione a cui Marx tiene a pervenire è questa: il valore di mercato di tutta la massa prodotta è sempre maggiore del suo prezzo di produzione, nel campo dell'agricoltura. Mentre è noto che nel campo dell'industria, malgrado sopraprofitti e sottoprofitti, e magari perdite aziendali, che si incrociano nel tempo e nello spazio, la massa del prodotto sociale ha in teoria prezzo di mercato uguale al prezzo di produzione, ossia al valore calcolabile in ragione del tempo-lavoro.

Infatti, tornando al famoso quadro, nei quattro casi il prezzo di vendita è lo stesso: 60 scellini e quindi tutta la massa si vende a 600. Invece il prezzo di produzione è diverso: 1 misura di A a 60; 2 misure di B a 30, ossia 60; 3 misure di C a 20, altri 60; 4 misure di D a 15, altri 60. In totale 240 scellini per 10 misure, e quindi 24 scellini a misura è il medio prezzo di produzione.

Il prezzo di mercato, dunque, rappresenta il 250 per cento del prezzo di produzione di tutta la massa delle derrate.

Se un simile criterio si applicasse al nostro specchio a valori di oggi e con meno rilevanti scarti di fertilità (da 5 a 7,75 mentre in effetti si hanno casi di produzione ben oltre i 40 quintali per ettaro: tuttavia da trattare sotto la seconda forma; capitali maggiorati) avremmo 5 quintali a 8.000, 6,5 a 6.200 di prezzo di produzione; 7 a 5.700; 7,75 a 5.100. Il totale è 160 mila lire per quintali 26,25 e il medio prezzo di produzione risulta di 6.100 al quintale contro 8.000 del prezzo di mercato, che dunque è più caro al 131 per cento.

Ma quella che è fondamentale è la illustrazione che Marx dà di questa legge inesorabile: capitalismo uguale caro-pane. Essa non deriva dal fatto che i capitalisti siano singole persone o società o collettività o Stati: deriva dalla natura mercantile dello scambio, dalla famigerata legge del valore, che a detta degli stalinisti, dal pontefice allo scagnozzo, regge economia capitalista e socialista!

Meditiamo dunque lo squarcio che viene.

Il cancro mercantile

"E' questa la determinazione da parte del valore di mercato [anziché del prezzo di produzione], quale esso è imposto sulla base del modo di produzione capitalistico, per mezzo della concorrenza che crea un valore sociale falso".

Che cosa intende qui Marx con l'espressione valore sociale? Una cosa opposta al valore mercantile che sorge dall'incontro di due individui economici: fatto elementare su cui l'economia borghese vorrebbe costruire tutta la meccanica economica. Valore sociale di un prodotto è tutta la somma di lavoro che esso costa alla società, divisa per tutta la massa ottenuta, calcolata in tempo medio di lavoro sociale. Tale valore comprende lavoro accumulato, lavoro attivo e anche quota di sopralavoro per servizi generali: purché nessun termine divenga forma-merce né forma-capitale:

"E' questa una conseguenza [il risultato di falso valore sociale] della legge del valore di mercato, alla quale sono sottoposti i prodotti della terra. La determinazione del valore di mercato dei prodotti [finché vige questa legge], quindi anche dei prodotti della terra, è un atto sociale, quantunque esso sia un atto socialmente inconsapevole e involontario, fondato necessariamente sul valore di scambio del prodotto, non sul terreno e sulle differenze della sua fertilità".

Concedete un rischioso omaggio alla legge del valore mercantile, del pareggio tra valori di scambio equivalenti per uguali valori di uso e non potrete far nulla per impedire che ogni misura di grano si venda a 60, senza chiedersi se è di quelle prodotte a 60, o a 30, o a 20, o a 15, e senza che nulla possa far sì che tutte si vendano a 24. Notate che Marx qui parte in battaglia non contro i 10 di normale plusvalore che vanno al capitale, ma contro i sopraprofitti-rendite che sono mediamente di 36. L'insieme di tutte le pretese libere e volontarie scelte dei milioni di atti di mercato su cui si vuole fondare l'economia borghese (anche in Russia) non conduce ad altra regolamentazione, che quella di una società che anche come complesso è incosciente e impotente.

Ed ora ancora una volta (avete fatto una collana di queste perle?) si viene alla spiegazione e definizione della società comunista:

"Si immagini che la forma capitalistica della società sia abolita e che la società sia organizzata come una associazione cosciente e sistematica [cinque sole parole, da incidervi col bisturi nella duramadre]: allora i 10 quarters rappresentano una quantità di tempo di lavoro indipendente, una quantità eguale a quella che è contenuta nei 240 scellini. La società non acquisterebbe dunque questo prodotto del suolo ad un prezzo due volte e mezzo il tempo di lavoro effettivo che vi si trova contenuto; la base di una classe di proprietari terrieri verrebbe con ciò eliminata".

Dunque tutta questa critica cade ove solo si accetti la teoria ricardiana di sopprimere il privilegio fondiario, passandolo allo Stato?

"Mentre, quindi, è corretto affermare che - conservando il modo attuale di produzione, ma supponendo che la rendita differenziale vada allo Stato - i prezzi dei prodotti della terra, rimanendo invariate le altre circostanze, non cambierebbero [Ricardo], è altrettanto erroneo dire che il valore dei prodotti non cambierebbe se la produzione capitalistica fosse sostituita dall'associazione [= comunismo]".

Ricardo sostiene con questa seconda tesi che il profitto capitalistico normale non è una forma parassitaria, ma è consona al giusto valore, come lavoro, di ogni merce, quando la rendita sia sparita. A lui direttamente e a tutti i difensori del capitalismo risponde qui Marx:

"L'identità del prezzo di mercato per merci dello stesso tipo [detta in altre parole, sempre la legge del valore] è la maniera in cui il carattere sociale del lavoro si afferma nel modo di produzione capitalistico, ed in generale in ogni produzione fondata sullo scambio di merci fra individui".

Non si costruisce socialismo: si demolisce mercantilismo

Dunque anche in tempo capitalista si realizza un valore sociale e non individuale delle merci. Ma fino a che la via per fissare questa quantità di valore risulta da atti economici personali, tra cui è quello del versare un salario in moneta contro tempo di lavoro, il valore sociale ottenuto risulta falso. Per la stessa sua fondamentale eguaglianza su tutto il mercato, tale valore non esprime lo sforzo medio sociale, calcolabile solo coi dati reali della produzione e in una produzione non per il mercato, che sola sarà non incosciente ed involontaria:

"Ciò che la società nella sua qualità di consumatore, paga di troppo per i prodotti della terra, ciò che costituisce un deficit per la realizzazione del suo tempo di lavoro nella produzione agricola, costituisce attualmente un plus per una parte della società, i proprietari terrieri".

Il male, dice Marx con questo passo, non è che i proprietari fondiari mangino questa conquista differenziale, mani sul ventre; il male sta nel fatto che, determinando tutti i valori secondo il mercato e con la legge del mercato, non è possibile superare l'incoscienza, l'anarchia e l'impotenza della organizzazione sociale. E fino a che il paragone mercantile sarà il metro di tutti gli atti economici, non sarà possibile passare dal capitalismo alla "associazione" comunista.

La portata della teoria di Marx sulla rendita, in certi passi difficile, sta nel contenere la critica essenziale di tutto il capitalismo. Per riportare i prezzi di mercato ai valori nella produzione non basta sopprimere i beneficiari dei premi che si stabiliscono tra i primi e i secondi; è invece vero che tali sempre più mostruose dilapidazioni sorgeranno fino a quando l'inizio degli atti produttivi e i calcoli di essi si baseranno sui fatti della sfera di circolazione delle merci, con l'applicazione della legge del valore.

Tutte le forme di parassitismo dei monopoli commerciali e industriali, cartelli, trusts, aziende di Stato e Stati capitalisti, non hanno bisogno di una nuova teoria sotto il pretesto asino che Marx abbia dettata la teoria del capitalismo nell'ipotesi della concorrenza.

Essendosene Marx della concorrenza beffato, o meglio, avendo provato che essa è un fenomeno inessenziale al capitalismo, la teoria del monopolio e dell'imperialismo, si trova già tutta scritta: all'ultima frase e all'ultima formula: nella dottrina della rendita agraria.

Volete per questo nuovi brevetti? Volete voi integrare le deficienze di Marx? Basta per liquidarvi una frase poco aulica: flanelloni a spasso!

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